I comunisti russi chiedono la chiusura del museo della vergogna “Centro Eltsin”

La deputata della Duma Anastasia Udaltsova propone di chiudere il “Centro Eltsin” e di rimuovere il nome di Eltsin dai nomi di biblioteche, musei e altre strutture.

La deputata della Duma del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) e del Fronte di Sinistra, Anastasia Udaltsova, ha lanciato un’ampia campagna pubblica per “de-eltsinizzare” la Russia, per la quale propone ai cittadini di inviare una lettera in massa alla Duma al seguente indirizzo: udaltsova@duma.gov.ru:

Secondo le informazioni ufficiali, nel 2022 è prevista l’apertura di una sede del Centro Eltsin nel quartiere Dolgorukov-Bobrinsky di Mosca, in via Malaya Nikitskaya. In precedenza, nel 2015, era stato inaugurato il Centro Eltsin a Ekaterinburg. Va ricordato che il regno del presidente Boris Eltsin è una delle pagine più terribili della storia della nostra Madrepatria. Eltsin è stato tra i principali promotori della distruzione dell’Unione Sovietica, che ha portato all’impoverimento totale della popolazione, a sanguinosi conflitti interetnici (il conflitto con l’Ucraina ne è un esempio eclatante), alla distruzione di un numero enorme di imprese industriali e agricole, al colossale declino in tutte le sfere sociali della nostra società. Come risultato delle riforme liberali durante la presidenza Eltsin, la Russia ha subito una catastrofe demografica, il cosiddetto calo “naturale” della popolazione di 9,4 milioni di persone tra il 1992 e il 2001, migliaia di villaggi, paesi e città sono stati cancellati dalla mappa.

Tuttavia, nonostante tutti questi terribili risultati del periodo Eltsin, centinaia di milioni di rubli vengono stanziati ogni anno dal bilancio per la manutenzione del Centro Eltsin di Ekaterinburg, il che significa che la manutenzione e l’assistenza di questo centro sono fatte principalmente a spese dei contribuenti, cioè di voi e di me! Allo stesso tempo, a parte l’elogio perverso del periodo di Eltsin nella nostra storia, anche nei tempi difficili di oggi per la Russia il Centro Eltsin è attivamente impegnato in attività antisovietiche e naturalmente antirusse. Gli ambasciatori di Stati ostili vi tengono riunioni e personalità filo-occidentali tengono conferenze. In sostanza, un centro che promuove le idee del tradimento nazionalista opera ora in Russia a spese dello Stato, il che è categoricamente inaccettabile.

In considerazione di tutto ciò, chiedo che vengano adottate misure di risposta parlamentare per:

1. Bloccare l’apertura di una filiale del “Centro Eltsin” a Mosca.

2. Chiudere il Centro Eltsin di Ekaterinburg, incorporando nell’edificio una sede del Museo di Storia Russa o un altro luogo culturale o sociale.

3. Eliminare il nome di Boris Eltsin dai nomi dei musei statali, delle biblioteche e di altre strutture pubbliche e culturali.

Nome e Numero di telefono del contatto”.

Insieme ad altri deputati comunisti, Anastasia Udaltsova intende presentare questi appelli dei cittadini sotto forma di richieste di deputato alle autorità esecutive federali, e sono previsti vari eventi sociali e politici (azioni per strada, discussioni pubbliche, ecc.) a sostegno dell’iniziativa. È tempo di ripulire la Russia dalla sporcizia di Eltsin. Il nome di Eltsin non deve disonorare il nostro Paese!


Tradotto da LeftFront.

Slavoj Žižek, un apologeta del capitalismo travestito da “filosofo marxista”

Il minimo che dobbiamo all’Ucraina è il pieno sostegno, e per farlo abbiamo bisogno di una NATO più forte […] Oggi non si può essere di sinistra se non si sostiene inequivocabilmente l’Ucraina” (The Guardian, 21 giugno 2022).

Chi è l’autore di queste parole? È il segretario della NATO Jens Stoltenberg? O il cancelliere tedesco Olaf Scholz? Forse il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez? Nessuno di loro. La frase appartiene a una celebrità dell’intellighenzia di sinistra contemporanea. Il tanto pubblicizzato filosofo “marxista hegeliano” Slavoj Žižek.

L’opinione di Žižek sull’Ucraina sarebbe del tutto insignificante se il pensatore e teorico culturale sloveno non avesse ricevuto così tanta pubblicità dai media occidentali, affermandosi come uno dei “più importanti intellettuali viventi”. Da oltre due decenni, Žižek occupa una posizione di rilievo non solo nella stampa borghese, ma anche nei più prestigiosi istituti accademici e think tank in Europa e negli Stati Uniti.

La realtà è che Slavoj Žižek è l’incarnazione del ciarlatanismo pseudo-marxista che, attraverso analisi magniloquenti, espressioni filosofiche incoerenti e spesso contraddittorie ed espressioni pompose, cerca di “imbiancare” il sistema di sfruttamento stesso.

Non è un caso che il ciarlatano che ora chiede una “NATO più forte” per difendere l’Ucraina, sia lo stesso che nel 1999 era uno schietto sostenitore dell’intervento imperialista della NATO e del bombardamento della Jugoslavia. Nel suo articolo intitolato “La NATO, la mano sinistra di Dio”, Žižek scriveva tra l’altro:

“Oggi possiamo vedere che il paradosso del bombardamento della Jugoslavia non è quello di cui si sono lamentati i pacifisti occidentali – che la NATO ha scatenato proprio la pulizia etnica che avrebbe dovuto prevenire. No, il vero problema è l’ideologia del vittimismo: va benissimo aiutare gli albanesi indifesi contro i mostri serbi, ma in nessun caso si deve permettere loro di liberarsi da questa impotenza, di affermarsi come soggetto politico sovrano e indipendente […] Ma non è stata solo la NATO a depoliticizzare il conflitto. Lo hanno fatto anche i suoi oppositori della pseudo-sinistra. Per loro, il bombardamento della Jugoslavia ha rappresentato l’ultimo atto dello smembramento della Jugoslavia di Tito. Ha rappresentato la fine di una promessa, il crollo di un’utopia di socialismo multietnico e autentico nella confusione di una guerra etnica. Anche un filosofo politico così acuto come Alain Badiou continua a sostenere che tutte le parti sono ugualmente colpevoli. Ci sono state pulizie etniche da tutte le parti, dice, tra i serbi, gli sloveni e i bosniaci. […] Mi sembra che questo rappresenti una nostalgia di sinistra per la Jugoslavia perduta. L’ironia è che questa nostalgia considera la Serbia di Slobovan Milosevic come il successore di quello Stato da sogno, cioè esattamente la forza che ha ucciso così efficacemente la vecchia Jugoslavia” (lacan.com/zizek-nato.html, 29 giugno 1999).

Slavoj, il sostenitore dichiarato dell’orrendo crimine della NATO in Jugoslavia, non era abbastanza soddisfatto della barbarie scatenata contro il popolo serbo. Voleva ancora più bombe: «Quindi, proprio come uomo di sinistra, la mia risposta al dilemma “Bomba o no?” è: non ci sono ancora abbastanza bombe, e sono arrivate TROPPO TARDI» (Slavoj Žižek, Against the Double Blackmail, New Left Review, 04/1999).

Quattro anni dopo il crimine in Jugoslavia, nel 2003, il “filosofo” sloveno sottolineava durante un’intervista: Con orrore di molti esponenti della sinistra, persino io ho mostrato una certa comprensione per i bombardamenti della NATO sulla ex-Jugoslavia. Mi dispiace, ma questo bombardamento ha fermato un conflitto terribile“. (Left Business Observer #105, agosto 2003).

Quando Slavoj Žižek non appoggia gli interventi imperialisti della NATO, si lancia in grandiosi discorsi su questioni sociali, politiche e filosofiche. Nel 2012, intervenendo a un evento organizzato da SYRIZA, l’allora nascente partito socialdemocratico greco, l’intellettuale sloveno arrivò a difendere l’opportunismo! Ecco cosa disse: “Sapete, c’è anche un opportunismo di principio, un opportunismo di principi. Quando si dice che la situazione è persa, che non possiamo fare nulla, perché tradiremmo i nostri principi, questa sembra essere una posizione di principio, ma in realtà è la forma estrema di opportunismo“.

Nel 2012, Žižek ha sostenuto apertamente SYRIZA partecipando a eventi politici congiunti con Alexis Tsipras, mentre non ha esitato a scatenare calunnie contro il KKE dicendo che “è il partito delle persone che sono ancora vive perché hanno dimenticato di morire“. È lo stesso ciarlatano che, dopo gli attacchi terroristici di Parigi del 2015, ha suggerito che l’antidoto allo stallo del capitalismo globale è la militarizzazione della società: “I movimenti di base democraticamente motivati sono apparentemente destinati al fallimento, quindi forse è meglio rompere il circolo vizioso del capitalismo globale attraverso la ‘militarizzazione’, che significa sospendere il potere delle economie autoregolate.” (Slavoj Žižek: In the Wake of Paris Attacks the Left Must Embrace Its Radical Western Roots, inthesetimes.com, 16 novembre 2015).

Un anno dopo, nel 2016, il fiammeggiante pensatore ha appoggiato il miliardario ultra-reazionario Donald Trump per la presidenza degli Stati Uniti, definendolo un “liberale centrista”. Più di recente, è stato visto in gruppi politici al fianco di altri autoproclamati “marxisti erratici”, come l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis.

No, Slavoj Žižek non è né un marxista né un filosofo radicale. Non è un pazzo che esprime assurdità solo perché vuole attirare l’attenzione. Al contrario, è un colto apologeta della barbarie capitalista e un consapevole anticomunista. In quanto tale, vilipende il socialismo del XX secolo, attacca spudoratamente Lenin e promuove, apertamente o velatamente, l’alleanza imperialista assassina della NATO. Anche quando finge di difendere il comunismo, Žižek lo fa solo a parole, come questione teorica astratta, separandola deliberatamente dal suo campo di applicazione sociale e politico.

Allora, cosa rappresenta Slavoj Žižek? La risposta l’ha fornita lui stesso. “In breve, ciò che i liberali sensibili vogliono è una rivoluzione decaffeinata, una rivoluzione che non puzza di rivoluzione”, ha scritto una volta. Questo è esattamente ciò che Žižek e altri “intellettuali marxisti” ampiamente pubblicizzati dai media borghesi (come A. Badiou, A. Negri, T. Eagleton, ecc.) sono: camerieri ideologici di una “rivoluzione decaffeinata” e i migliori apologeti del sistema di sfruttamento capitalistico.

Articolo di Nikos Mottas, caporedattore di “In Defense of Communism”.

Statement of the Russian Communist Workers Party (Bolshevik) on the Russo-Ukrainian war

On the armed phase of the conflict between the Russian Federation and Ukraine

Statement of the Political Council of the Central Committee of the RKRP-CPSU

In our analysis and conclusions in these specific historical conditions, we rely on the analysis already made in the course of the development of the situation, incl. at a conference with the communists of Donbass, Ukraine, Russia in November 2019 in Lugansk.

Once again, returning to the fact of recognition of the republics of Donbass, we note that although it happened late, much later than it should have, but better late than never. The RCWP not only supported this step from the very beginning of the proclamation of these republics, but also demanded that the bourgeois authorities of the Russian Federation take this step as help in confronting the people’s republics of Donbass against fascist aggression by the Kiev Nazis.

Of course, the goals of the military intervention of the Russian Federation by the authorities and Putin are only declared as humanitarian – saving people from the reprisals of the Nazis. In fact, the source of the conflict is the inter-imperialist contradictions between the US, the EU and Russia, in which Ukraine is drawn. The goal of the most powerful US imperialism in the world is to weaken the Russian competitor and expand its influence in the European market space. Why did they purposefully work to pit not only the authorities, but also the peoples of Russia and Ukraine. To this end, imperialism even went so far as to encourage the revival and use for punitive purposes of ordinary fascism of the Bandera model of 1941-45. The imperialists are fulfilling their tasks – the conflict between the Russian Federation and Ukraine has entered a hot phase, and this suits them perfectly. No wonder the heads of the United States and England have already stated that they are not going to participate in the war with their armed forces. Let parts of the once united Soviet people fight among themselves.

By and large, i.e. from class positions, the Russian authorities, as well as the rulers of the US and the EU, do not care deeply about the working people – and Donbass, and Russia, and Ukraine. We have no doubts that the true aims of the Russian state in this war are quite imperialistic – to strengthen the position of imperialist Russia in world market competition. But, since this struggle today to some extent helps the people of Donbass to repulse Bandera fascism, the communists in this part of it do not deny, but allow and support as much as it is waged against fascism in the Donbass and Ukraine. And they categorically oppose the actions of their government, when, under the cover of the fight against fascism, the issues of expansion and strengthening of Russian imperialism and its allies will be resolved.

As long as Russia’s armed intervention helps save people in the Donbass from reprisals by punishers, we will not oppose this goal. In particular, we consider it acceptable if, due to circumstances, it is necessary to use force against the fascist Kiev regime, insofar as this will be in the interests of the working people.

At the same time, of course, the possibility of the military campaign of assistance to the Donbass from Russia, led by the anti-Soviet Putin, developing into a truly completely predatory war, when, under the pretext of helping the Donbass, the Russian authorities begin to resolve their issues, and the troops simply begin to occupy other regions of Ukraine, is not ruled out. We will regard this as a war of conquest, imperialism, and we will not support either one or the other imperialist. In any case, it will not be the masters who die on both sides, but the workers. To die for brothers in the class is worthy. And to die and kill for the interests of the masters is stupid, criminal and unacceptable.

In any case, we firmly reaffirm our common position with the communists of Donbass and Ukraine: to put an end to fratricidal conflicts, to the relapses of fascism, to the threat of a local war escalating into a full-scale world war, is possible only on the path of socialism. The common struggle of the working people against the bourgeoisie of all countries is the main strategic line of our parties.

Proletarians of all countries – unite!


Translated by Red Patriot from the original.

Russia: La vigilia della Grande Guerra

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L’IMPERO

L’Impero russo era retto da una monarchia assoluta e imperatore era lo zar. La tradizione democratica era assente: fino al 1905 il dispotismo zarista soffocava ogni tipo di libertà individuale e collettiva; esistevano però delle assemblee basate sui distretti e sui governatorati, dette zemstva. Create nel 1864 dallo zar Alessandro II, gli zemstva erano eletti a suffragio ristretto, i loro poteri erano limitati alle questioni locali e non potevano convocarsi autonomamente; l’influenza della nobiltà era prevalente, giacché il potere decisionale nelle assemblee era diviso proporzionalmente a seconda degli interessi economici che ciascun membro doveva difendere. Lo zar governava per decreti (gli ukazi) e i ministri erano responsabili unicamente verso di lui, nominandoli egli stesso: il contenuto dei decreti non era discusso in nessuna istituzione e ciò rendeva incontrollabili le decisioni dello zar. Il suo governo era coadiuvato dalla burocrazia, dalla polizia politica, dall’esercito e dalla Chiesa ortodossa: questi erano i pilastri su cui si reggeva il regime.

IL DOMINIO STRANIERO

Le più importanti banche russe erano dipendenti dai capitali stranieri. Complessivamente, i capitali stranieri delle grandi banche di Pietroburgo erano controllate per il 55% da azionisti francesi, il 35% da tedeschi, il 10% da inglesi. Il 60% delle azioni della banca più importante, la Banca russo-asiatica, che dominava il settore petrolifero, quello del tabacco e quello metallurgico, erano di proprietà francese mentre i tedeschi controllavano il commercio estero russo e detenevano un terzo del capitale della Banca internazionale del commercio, che controllava le industrie della meccanica, i cantieri navali, il settore aureo e del carbon fossile e le industrie elettriche. Inoltre, il governo zarista nel 1914 aveva contratto un prestito di 10miliardi di franchi oro dalle banche francesi, con un tasso d’interesse tra il 6 e il 7%.

LA FABBRICA

L’industrializzazione si sviluppò tardi e nel 1914 la produzione, in rapporto alla popolazione, era ancora bassa: lo storico francese Jean Elleinsten, ad esempio, fa notare che la produzione di acciaio è di 4milioni di tonnellate mentre gli USA ne producevano 32milioni, la Germania 16milioni, la Gran Bretagna 9milioni e la Francia poco meno di 6. Unica eccezione era rappresentata dalla produzione di petrolio, di cui occupava il secondo posto nella graduatoria mondiale grazie ai giacimenti petroliferi di Baku.
Lo sviluppo industriale non fu lineare e non avvenne per merito della borghesia nazionale; il profitto estremamente elevato e i bassi costi della manodopera attirarono gli investitori stranieri: l’85% delle miniere, il 50% del settore mettallurgico, un terzo dell’industria tessile, alcune industrie elettriche e chimiche erano in mano alla borghesia occidentale, soprattutto francese e tedesca, i quali erano proprietari rispettivamente del 35% e del 21% dei capitali stranieri investiti.
Esistevano poi dei trust e dei cartelli, che monopolizzavano gran parte della produzione: nel settore metallurgico, ad esempio, il Prodameta gestiva un terzo delle risorse umane dell’intero settore e i tre quarti delle vendite, la società era diretta da grandi banche europee, tra le quali, le più importanti erano quelle francesi e belghe: l’Union parisienne, la Société génerale, il Crédit lyonnais, la Banque de Paris et des Pays-Bas; fondato dalla banca Rothschild di Parigi, il Nobmaz era operativo nell’industria del petrolio e si occupava di quasi della metà dei trasporti, del 15% della produzione e del 75% delle vendite; la Royal Dutch Shell invece controllava il 20% del settore della raffineria.

LE CAMPAGNE

All’arretratezza dell’apparato statale russo corrispondeva un’economia basata essenzialmente su un’agricoltura che non aveva conosciuto, se non in minima parte, lo sviluppo capitalistico ed era organizzata ancora in latifondi: non esagerano alcuni storici quando affermano che «In questa Russia, al pari dei suoi fiumi maestosi, i secoli parevano scorrere più lentamente. Per la maggior parte della nazione, il Medioevo dura ancora. Lutero è ancora nel suo convento e Voltaire, l’amico di Caterina, non è nato. E’ rimasta al XV secolo, per non dire al XIII.» La riforma agraria del ministro Stolypin non intaccò il latifondo di origine nobiliare e, come spesso accade nelle epoche di transizione, il vecchio e il nuovo coesistettero: le sue iniziative nelle campagne incentivarono la concentrazione di capitale nei latifondi più importanti, innescando una trasformazione imprenditoriale degli stessi, vero obiettivo della riforma.
È così che si consolidò il nuovo strato di contadini ricchi, i kulaki. Questi, più usurai che imprenditori, si arricchirono alle spese degli altri contadini, dal momento che possedevano più terre e più mezzi per lavorarle.
Secondo le stime di Lenin, nel 1913 i kulaki rappresentavano l’11,4%, mentre i contadini, operai agricoli e artigiani erano il 70,2%. In media, nel 1914 ogni famiglia contadina disponeva di tre desjatine, quando per soddisfare i loro bisogni necessitavano di una quantità di terra sei volte superiore. Avendo meno terra da coltivare, il loro livello di vita è diminuito: il tasso di mortalità si aggirava fra il 25 e il 30% e alla fame si aggiungevano le epidemie.

LA VITA

Nelle città, nella maggior parte dei casi, le case erano costruite in legno; l’elettricità era assente, le strade non erano lastricate e pochissime possedevano una rete fognaria.
Il nutrimento era in genere modesto: farina di patate, zuppa di cavoli (šči), un po’ di pane e del tè. La carne si mangiava raramente, la domenica nelle regioni più ricche, nella maggior parte dei casi soltanto nei giorni di festa.
Il consumo dell’alcool era aumentato e lo Stato ne aveva il monopolio: il 27% delle entrate statali provenivano dall’imposta sulla vodka.
Anche la situazione sanitaria era disastrosa: nel 1910 si verificarono 185mila casi di colera in tutto l’Impero; 225mila casi di malaria nel governatorato di Samara e 167mila in quello di Saratov; 400mila casi di scabbia nel governatorato di Vjatka.
Oltre alla penuria e all’alcoolismo, un’altra piaga era rappresentata dall’analfabetismo: altissimo anche in città, tra la popolazione rurale toccava cifre del 90%.

CONDIZIONI LAVORATIVE

In Russia coesistevano quindi un mondo rurale arretrato e una importante industria.
Su 170milioni di abitanti, il numero degli operai industriali era molto basso: circa tre milioni, ai quali si devono aggiungere i contadini-operai, cioè coloro che lavoravano sia nei campi che in officina, i ferrovieri e 4milioni di artigiani rurali (i kustari), per un totale di 18milioni di lavoratori salariati.
Molto spesso, le leggi sul lavoro erano assenti o non venivano rispettate: la giornata lavorativa, soltanto sulla carta, era limitata a 10 ore; il divieto del lavoro notturno per donne e ragazzi non era rispettato; le tutele dagli incidenti sul lavoro erano quasi inesistenti. Inoltre, le condizioni di vita, di nutrimento e di igiene permettevano a pochi di raggiungere l’età da pensione, che comunque non era contemplata. I salari erano inferiori rispetto a quelli dell’Europa occidentale e la retribuzione variava a seconda della regione, del sesso e dell’età: a Pietrogrado la media era di 323 rubli all’anno, a Kiev di 191 mentre in molte regioni si continuava ad utilizzare il pagamento in natura (il Truck system). All’aumento del costo della vita, poi, non corrispondeva mai un uguale aumento del salario: se nel 1912 i primi aumentarono del 6,3%, i secondi soltanto dell’1%.

IL SINDACATO

I sindacati rimasero illegali fino al 1906 e anche quando questi furono autorizzati, il governatore della provincia e il sindaco avevano il diritto di scioglierli temporaneamente e il governo di sopprimerli: fra il 1906 e il 1910 furono sciolti 550 sindacati, arrestati 900 operai per “attività illegali” e 400 deportati in Siberia.

LA CULTURA

L’arretratezza culturale russa è esemplificativa delle discriminazioni sociali volute dallo zarismo: all’insegnamento primario avevano accesso 6milioni di studenti (33% dei ragazzi e il 14% delle ragazze) mentre quello secondario contava solamente 206mila studenti; soltanto i figli della nobiltà e della grande borghesia avevano accesso agli studi, dimostrazione secondo la quale, per il governo zarista fosse «necessario allontanare dalle scuole secondarie gli allievi ai quali le condizioni familiari non permettano di giungere al ginnasio e, più oltre, all’università.» La stessa circolare precisava che sarebbe stato anche possibile «eliminare dai ginnasi i figli di cocchieri, di lacché, di cuochi, di lavandaie, di piccoli mercanti e di altre persone della stessa specie», per non «sradicare questi ragazzi dal loro ambiente, con l’esclusione, forse, di qualcuno dotato di capacità eccezionali, e di portarli, come una lunga esperienza ha dimostrato, a disdegnare i loro parenti, ad essere scontenti della loro condizione e a rivoltarsi contro le ineguaglianze sociali che esistono e sono inevitabili per la natura delle cose.»
Le università, che nel 1914 avevano soltanto 36mila studenti, e i ginnasi, erano strettamente controllate dalle autorità (la loro autonomia fu soppressa nel 1884) ed era quasi assente lo studio delle scienze fisiche e naturali; si calcola che le persone che superavano l’insegnamento primario erano pari a 1.500.000, ossia meno dell’1% della popolazione.

CONCLUSIONI

Questo quadro, per certi versi ancora medievale, faceva della Russia una sorta di semicolonia ed è evidente come i capitalisti russi fossero subordinati a quelli stranieri. Ciò spiega anche l’arretratezza delle strutture politiche dell’Impero: la borghesia russa infatti non aveva la forza per modernizzare il sistema di governo e renderlo più adatto allo sviluppo del capitalismo, poiché non possedeva esperienza di governo e anzi dovrà presto fronteggiare il movimento operaio, incrementato di numero in seguito alla proletarizzazione degli strati medi conseguente allo sviluppo dell’industria e nel quale avranno sempre più diffusione le teorie rivoluzionarie che porteranno la borghesia russa ad allearsi con la nobilità. Alla vigilia della Grande Guerra, quindi, la rivoluzione tornò a minacciare il plurisecolare Impero dei Romanov: nel 1912 scioperarono 1milione di lavoratori e l’anno successivo 1milione e 272mila; particolarmente tragica fu la sorte toccata agli operai delle miniere d’oro della Lena, in Siberia, dove la gendarmeria aprì il fuoco nell’aprile del ’12, causando centinaia di morti. Comunque, la rivoluzione del 1905 aveva già dimostrato che lo zarismo era impossibilitato a mantenere il suo assolutismo che durava dal medioevo, e la Grande Guerra accelerò la crisi di potere e della società russa del primo novecento: la borghesia sottomessa, gli operai sfruttati, i contadini senza terra e le decine di nazionalità oppresse, cominciarono a muovere contro lo zarismo causandone, infine, il suo brutale collasso.

Comitato per il Donbass Antinazista

Il manifesto dell’opposizione bielorussa: liberismo, nazionalismo, anticomunismo

Tra liberismo, nazionalismo e anticomunismo, la nuova eroina dell’occidente, Sviatlana Tsikhanouskaya, forse temendo di poter risultare poco appetibile ai popoli democratici d’Europa, ha dato indicazione ai suoi di far sparire qualche giorno fa dal loro sito “reformby” un controverso documento politico. “Non è il nostro manifesto, ci è finito per sbaglio”, dicono gli attivisti. Nonostante sia scomparso dal sito dell’opposizione “democratica”, ne è rimasta una copia salvata nell’archivio di internet. Notando con dispiacere che, nuovamente, i leader e giornali di riferimento della sinistra imperiale, con la solita puntualità, si sono precipitati a dare il proprio supporto alle forze reazionarie protagoniste di questa nuova rivoluzione colorata finanziata e promossa da USA, Unione Europea e Polonia, ci siamo sentiti in dovere di occuparci di questa traduzione.

Laura Boldrini e Lia Quartapelle portano la solidarietà a Sviatlana Tsikhanouskaya (1 settembre 2020)

  • “Rafforzamento dell’identità nazionale”
  • “Privatizzazione delle imprese statali” 
  • “Realizzazione di una completa de-comunistizzazione e de-sovietizzazione della Bielorussia”
  • “Integrazione nelle strutture politiche, economiche e militari occidentali (UE, NATO)”
  • “Bando delle organizzazioni filo-russe le cui attività vanno contro i nostri interessi nazionali”
  • “Adesione al futuro sistema di consegne di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti all’Europa orientale”
  • “Divieto di trasmissione in Bielorussia di programmi giornalistici, socio-politici e di notizie realizzati dai canali televisivi russi”
  • “Inclusione nel pacchetto televisivo standard dei canali di Lettonia, Lituania, Polonia e Ucraina a disposizione del pubblico”
Le somiglianze con i punti programmatici dell’opposizione “democratica” ucraina del 2014, che ha portato a termine il colpo di stato, sono evidenti: esaltazione del nazionalismo in funzione anti-russa, privatizzazioni selvagge, allusione al bando dei partiti comunisti con l’accusa di collaborare con la Federazione Russa contro gli interessi nazionali, approvvigionamento di materie prime in favore degli Stati Uniti, censura dei media russi e sponsorizzazione dei media dei paesi più feroci nella difesa della linea atlantista, i più lontani dai principi democratici.

 

A seguire il testo completo del documento politico tradotto dall’inglese.

Riforma del settore della sicurezza nazionale  

Descrizione breve

La situazione sia all’interno del paese che intorno ad esso si sta sviluppando in modo sfavorevole per gli interessi nazionali della Bielorussia. Le principali minacce alla sicurezza nazionale sono causate dall’aumento dell’aggressiva politica estera del Cremlino, dalla partecipazione della Bielorussia a progetti integrazionisti post-sovietici a guida della Russia, dal dominio dei media russi nello spazio dell’informazione e da un basso livello di coscienza nazionale tra i bielorussi.

Gli obiettivi fondamentali per la riforma della politica statale esistente sono i seguenti: uscita dalle unioni integrazioniste che hanno la Russia come membro; conservazione e sviluppo del patrimonio culturale nazionale e della lingua bielorussa; crescita economica stabile; alto livello e qualità della vita per i cittadini; instaurazione di un sistema democratico di governo.

Come risultato di questa riforma, diminuiranno i pericoli di interferenze esterne e di destabilizzazione della situazione nel paese, così come i tentativi di dividere la società e l’integrità territoriale della Bielorussia.

Problemi ai quali è diretta la riforma

1. La politica estera aggressiva del Cremlino

Per realizzare i suoi piani imperiali revanscisti il ​​Cremlino sta attivamente facendo uso di:

  • Ricatto economico ed energetico
  • Pressione dei media
  • Diffusione di notizie false e disinformazione
  • Influenzamento tossico delle élite e della cittadinanza
  • Falsificazione della storia con l’obiettivo di manipolare la coscienza pubblica
  • Provocazioni e inasprimento artificiale dei conflitti interni

La leadership russa sta utilizzando la concezione del “Mondo russo” per rafforzare il controllo di Mosca sulla Bielorussia. La base per questo è genericamente la lingua russa e la Chiesa ortodossa russa. Il Cremlino applica spesso metodi di “soft power”: NDA, opinion factory, mass media, blogger, social network, scambi [culturali] e tirocini di esperienze lavorative in Russia.

2. Assenza di democrazia, libertà di parola, libertà di associazione e altre libertà fondamentali

I media indipendenti sono sottoposti a forti pressioni. La società civile e l’opposizione politica devono far fronte a persecuzioni e severe restrizioni alle loro azioni. Non ci sono state elezioni libere e oneste nel paese da più di due decenni.

3. Basso livello di coscienza nazionale e dominio della lingua russa

Una completa incapacità dell’ideologia statale e dei media statali di competere con la propaganda dei media russi: la televisione e la radio russe sono de facto dominanti nello spazio informativo della Bielorussia.

4. Lo stato problematico dell’economia bielorussa

L’economia bielorussa deve far fronte a un significativo esaurimento dei fondi di base e tecnologicamente è in ritardo non solo ai [paesi] leader mondiali, ma anche ai suoi vicini: i paesi dell’UE.

5. L’appartenenza della Bielorussia a strutture sovranazionali integrazioniste in cui domina la Russia -, lo Stato dell’Unione, la CSTO (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva), Unione economica euroasiatica, CIS (Comunità di Stati indipendenti)

Come parte della CSTO, i bielorussi sono minacciati di essere trascinati in conflitti armati in Asia centrale e anche in tutto il mondo. A causa della nostra partecipazione alla CSTO esiste la minaccia che truppe asiatiche o russe vengano utilizzate sul nostro territorio. L’appartenenza alla CSTO impedisce anche la modernizzazione del nostro esercito.

6. Il cambiamento delle priorità e dei punti focali nella politica estera dell’Unione europea

L’UE è alle prese con sfide migratorie senza precedenti e le conseguenze della Brexit. Molti paesi dell’UE cercano compromessi con il Cremlino. Gli Stati Uniti non sono un vero garante dell’indipendenza della Bielorussia, nonostante i progressi nelle relazioni bilaterali e un fermo impegno da parte di Washington per l’indipendenza e la sovranità della Bielorussia.

OBIETTIVI FONDAMENTALI / OBIETTIVI DELLA RIFORMA

L’obiettivo fondamentale della riforma del settore della sicurezza nazionale è la mobilitazione immediata e il consolidamento della cittadinanza allo scopo di difendere l’indipendenza e la sovranità.
Obiettivi:

  • Rafforzamento dell’identità nazionale, aumento del patriottismo e della dignità nazionale;
  • Unire la cittadinanza sulla base dei valori democratici e sull’idea di costruire una Bielorussia indipendente;
  • Riduzione dell’influenza del Cremlino sulla Bielorussia attraverso fattori informativi, economici, integrazionisti e umanitari;
  • Uscita dalle unioni integrazioniste post-sovietiche a direzione russa;
  • Integrazione nelle strutture politiche, economiche e militari occidentali (UE, NATO)

Misure immediate (prima del 2021):

1. Nella sfera politica

  • Uscita dall’Unione Statale [L’Unione Statale della Russia e della Bielorussia], dall’Unione Eurasiatica, dall’Unione doganale [eurasiatica] e da altre organizzazioni integrazioniste in cui domina la Russia;
  • Divieto delle organizzazioni filo-russe le cui attività vanno contro i nostri interessi nazionali, nonché dei fondi russi e delle organizzazioni che finanziano tali strutture;
  • Introduzione della responsabilità penale per dichiarazioni pubbliche che mettono in discussione l’esistenza di una nazione bielorussa separata e/o il suo diritto storico al proprio Stato. L’introduzione della responsabilità penale per insulti pubblici della lingua bielorussa;
  • Monitoraggio da parte dei poteri della società civile dell’attività delle iniziative pro-Cremlino in Bielorussia;
  • L’attuazione di controlli di frontiera e doganali ai confini con la Russia

2. Divieto di vendita delle infrastrutture bielorusse a società russe

3. Nella sfera dell’informazione

  • Liberazione dei media indipendenti dalla pressione e dal controllo dello Stato, garantendo la libertà dei media e la libertà di parola in Bielorussia;
  • Divieto di trasmissione in Bielorussia di programmi giornalistici, socio-politici e di notizie realizzati dai canali televisivi russi;
  • Inclusione nel pacchetto televisivo standard dei canali di Lettonia, Lituania, Polonia e Ucraina a disposizione del pubblico;
  • Ripristino dell’attività del Consiglio Pubblico di Coordinamento in ambito mass-mediatico

4. In ambito militare

  • Uscita dalla CSTO e ripristino del pieno controllo dei sistemi di difesa antiaerea e antimissile della Bielorussia;
  • Espulsione di oggetti militari russi dal territorio bielorusso – cioè il centro di comunicazioni a Vileyka e la stazione radar vicino a Baranavichy;
  • Espansione della formazione patriottica nell’esercito bielorusso;
  • Passaggio alla lingua bielorussa per l’educazione militare nell’esercito;
  • Sviluppo delle infrastrutture di confine ai confini con i paesi dell’UE, aumentando la capacità di accesso dei valichi di frontiera.

5. In ambito ambientale

  • Divieto della messa in servizio e chiusura di nuove fabbriche dannose a Brest, Mogilev e Svetlogorsk;
  • Pubblicazione di informazioni esaurienti e veritiere riguardanti la costruzione, la sicurezza e l’uso della centrale nucleare di Astravets;
  • Conduzione di un’ampia discussione pubblica sul destino della centrale nucleare di Astravets.

6. Nella sfera sociale

  • Aumento dei salari e migliori condizioni di lavoro per i lavoratori della sanità e dell’istruzione

7. Nella sfera culturale

  • Popolarizzazione degli eroi nazionali, con una preferenza per quelli del XIX e XX secolo
  • Popolarizzazione del personaggio di Kastuś Kalinoŭski come fondatore politico della moderna nazione bielorussa, come simbolo della lotta dei bielorussi per la libertà e l’indipendenza, e come figura che doveva consolidare intorno a lui tutti coloro che erano devoti ai valori della rinascita nazionale e dell’indipendenza del paese.

Obiettivi a medio termine (prima del 2025)

1. Nella sfera politica

  • Riforma della legge elettorale, svolgimento di elezioni libere, oneste ed eque per il parlamento del paese;
  • Formazione di una Guardia Nazionale al fine di salvaguardare il parlamento e proteggere l’ordine costituzionale nel paese;
  • Formazione di un servizio di sicurezza nazionale responsabile dinanzi al parlamento;
  • Ripristino dell’indipendenza dei tribunali dal potere esecutivo;
  • Attuazione del controllo pubblico, in primo luogo da parte del parlamento, sulle forze armate;

2. Nella sfera economica

  • Diversificazione dell’approvvigionamento energetico, riducendo la quota della Russia come fornitore di energia alla Bielorussia al 50% del volume totale delle importazioni di energia;
  • Ampliamento dell’utilizzo di fonti energetiche alternative;
  • Attuazione del Programma statale sul risparmio energetico, per l’abbassamento dei consumi energetici e il passaggio a tipi di combustibili locali;
  • Costruzione di una nuova raffineria di petrolio a Novopolotsk, focalizzata sul greggio leggero;
  • Inclusione della Bielorussia nei programmi di cooperazione nell’ambito del Three Seas Initiative, con l’obiettivo di preparare i documenti, i programmi e le infrastrutture necessari per l’adesione della Bielorussia al futuro sistema di consegne di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti all’Europa orientale;
  • Privatizzazione delle imprese statali con divieto di acquisto da parte di società con una quota superiore al 20% con capitale russo; Creazione delle condizioni per l’attrazione diretta di investimenti esteri;
  • Costruzione di ferrovie moderne e autostrade principali [per le rotte] Kiev-Minsk-Vilnius, Lviv-Brest-Grodno-Vilnius, Vitebsk-Polotsk-Daugavpils-Riga.

[Punto 3 assente]

4. Nella sfera dell’informazione

  • Fare in modo che il numero massimo di canali TV via cavo accessibili che hanno un paese straniero coinvolto nella loro produzione sia fissato al 50% del totale dei canali TV offerti nel pacchetto;
  • Innalzamento del livello di qualità dei canali televisivi nazionali bielorussi, creando speciali programmi socio-politici e storici;
  • Ritrasmissione da parte dei canali televisivi nazionali di programmi divulgativi scientifici, di intrattenimento e di notizie dei paesi dell’UE, del Regno Unito, del Canada, degli Stati Uniti e dell’Australia.

5. In ambito militare

  • Transizione agli standard NATO;
  • Addestramento del personale militare, con i soldati bielorussi inviati ai corrispondenti istituti e centri d’addestramento dei paesi della NATO.
  • Transizione di tutte le attività dell’esercito bielorusso alla lingua bielorussa;
  • Dare alle unità militari e agli istituti scolastici bielorussi i nomi degli eroi nazionali bielorussi;
  • Formazione delle forze armate bielorusse da quattro parti integranti:
    1. Un nucleo di soldati professionisti che prestano servizio su base contrattuale;
    2. Cittadini che svolgono un determinato periodo di servizio militare;
    3. Unità territoriali volontarie formate da cittadini che mantengono le loro occupazioni civili, ma vengono periodicamente addestrate e possono essere mobilitate rapidamente;
    4. Riserve – tutti i cittadini maschi che sono idonei al servizio e che hanno seguito un addestramento militare durante il loro servizio a tempo determinato.
  • Cambio del sistema di addestramento dei soldati durante il loro servizio a tempo determinato e per i riservisti. Un focus sull’educazione patriottica e l’acquisizione delle competenze necessarie.
  • Modifica della durata del servizio obbligatorio a sei mesi;
  • La dimensione delle Forze Armate, senza contare i riservisti, dovrebbe essere compresa tra i 75 e gli 80mila uomini;
  • Realizzazione delle infrastrutture necessarie al confine bielorusso-russo.

6. In ambito ambientale

  • La creazione di condizioni economiche favorevoli per investimenti in progetti per l’ottenimento di energia da fonti rinnovabili e nel trattamento e riutilizzo di prodotti di scarto (rifiuti, ecc.);
  • Riabilitazione di territori inquinati da radiazioni

7. Nella sfera sociale

  • Creazione delle condizioni per il ritorno dei bielorussi che lavorano all’estero, in particolare medici, operatori sanitari e specialisti altamente qualificati di altre professioni;
  • Promuovere il ritorno dei discendenti dei nostri compatrioti che hanno lasciato la Bielorussia prima della restaurazione della sua indipendenza come stato, attraverso l’approvazione di una legge per una carta di compatibilità – bielorusso all’estero [nota di thesaker: questa sarebbe una carta per le persone di etnia bielorussa che vivono all’estero per dimostrare la loro appartenenza alla nazione bielorussa, modellata presumibilmente sulla “Karta Polaka” della Polonia].

8. Nella sfera culturale

  • Restituire alla lingua bielorussa lo status di unica lingua di stato, garantendo nel contempo il diritto delle minoranze nazionali all’istruzione e allo svolgimento di eventi culturali nella loro lingua madre;
  • Sviluppo e attuazione di misure amministrative e finanziarie per stimolare i media, la pubblicazione di libri e la vita culturale in lingua bielorussa.
  • Ripristino dei sussidi statali per l’insegnamento e l’istruzione in bielorusso negli istituti di istruzione primaria, secondaria e superiore.
  • Realizzazione di una completa de-comunistizzazione e de-sovietizzazione della Bielorussia;
  • Bielorussificazione della vita religiosa per tutte le fedi cristiane e per le altre religioni;
  • Bielorussificazione del sistema educativo a tutti i livelli e di tutti i tipi;
  • Ripristino della registrazione, dello status e del finanziamento statale dello Yakub Kolas National State Humanities Lyceum, con la libertà accademica salvaguardata per insegnanti, alunni e genitori; l’apertura di filiali del National State Humanities Lyceum in ogni capoluogo regionale.

Obiettivi a lungo termine (prima del 2030):

  • Creazione di un sistema end-to-end di istruzione in lingua bielorussa dagli asili alle università;
  • Restauro della Chiesa ortodossa bielorussa autocefala come alternativa nazionale all’Esarcato bielorusso della Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca;
  • Adempimento da parte della Bielorussia di tutti i criteri di adesione all’UE e alla NATO; completamento delle relative domande di adesione a tali strutture;
  • Garantire la sicurezza alimentare a lungo termine attraverso la diversificazione dell’approvvigionamento di derrate alimentari nel paese, la creazione di riserve alimentari, la modernizzazione della produzione agricola e lo sviluppo delle aziende agricole.
  • Rafforzamento della cooperazione e formazione di un partenariato strategico nel quadro della comunità Baltico-Mar Nero; la formazione e l’organizzazione di un corrispondente blocco regionale interstatale;
  • Realizzazione di un programma di diversificazione dell’approvvigionamento energetico, con un limite alla quota di fornitori di ogni Paese fissato al 30% del volume totale delle importazioni di energia.

La crisi bielorussa attraverso la lente dell’Ucraina

Traduzione dell’articolo di Dmitriy Kovalevich del 27 agosto 2020

Manifestazioni in Bielorussia del 2020 e le manifestazioni in Ucraina nel 2014

Questa estate, la situazione in Bielorussia e le proteste che hanno travolto il paese, hanno dominato quasi completamente l’agenda dei mass media ucraini.

Il 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali nella vicina Bielorussia. Secondo il CEC [Comitato Elettorale Centrale] bielorusso, sono state vinte dal presidente in carica Alexander Lukashenko, che governa il paese dal 1994. L’opposizione non ha riconosciuto i risultati delle elezioni, invitando i suoi sostenitori a protestare nelle strade, agendo secondo lo scenario delle “Rivoluzioni colorate”.

La violenza della polizia innesca la risposta

Durante le prime manifestazioni la polizia ha disperso i manifestanti facendo uso della violenza. Successivamente si sono innescate le proteste di diversi collettivi di lavoratori, poiché molti di essi, pur non partecipando alle proteste iniziali, sono stati attaccati erroneamente dalla polizia. È interessante notare che l’opposizione ha chiesto scioperi solo nelle imprese statali (la stragrande maggioranza in Bielorussia), senza mai invitare i lavoratori delle imprese private o straniere a scioperare.

Solo una settimana dopo le elezioni, sono stati organizzati cortei e manifestazioni altrettanto massicci, a sostegno del presidente in carica, nei quali ha avuto parte attiva anche il Partito Comunista di Bielorussia.

Confronto con Euromaidan 2014

In molti paragonano le proteste in Bielorussia con il colpo di stato ucraino del 2014, chiamato “Euromaidan”. Ci sono davvero molte caratteristiche comuni, ma ci sono anche differenze significative. Lukashenko ha perseguito una politica sociale abbastanza equilibrata. In Bielorussia, la maggior parte delle grandi imprese è stata nazionalizzata, sono di proprietà statale. Non ci sono oligarchi in Bielorussia e, di conseguenza, non ci sono grandi media di proprietà di oligarchi, come quelli che hanno innescato i manifestanti ucraini durante Euromaidan. Il tenore di vita e le garanzie sociali in Bielorussia sono molto più alti che in Ucraina e le tariffe per gas ed elettricità sono inferiori di circa il 50%. Anche i prezzi del cibo sono notevolmente inferiori.

Secondo recenti sondaggi, gli ucraini considerano Alexander Lukashenko il migliore tra i leader stranieri.[1] Per via questa fiducia Minsk è stata scelta come piattaforma per i negoziati per risolvere il conflitto nel Donbass.

L’impatto sull’Ucraina degli eventi in Bielorussia

Gli eventi in Bielorussia hanno diviso la società ucraina. I sostenitori di Euromaidan, i nazionalisti e gli attivisti delle ONG occidentali sostengono i manifestanti bielorussi. Pavel Klimkin, ex ministro degli Esteri ucraino, ha affermato che l’esito delle proteste in Bielorussia è una questione di sopravvivenza dell’Ucraina. Ha scritto: “Le elezioni in Bielorussia non saranno un punto di arrivo. Tutto il divertimento inizierà dopo. Dobbiamo lottare per una Bielorussia europea, non possiamo e non dobbiamo perdere questa battaglia, è una questione di sicurezza e di esistenza”.[2]

I nazionalisti ucraini e neonazisti si sono precipitati in Bielorussia per aiutare a realizzare una sorta di Euromaidan nel paese. Secondo il concetto promosso dall’estrema destra ucraina: Polonia, Ucraina, Lettonia, Lituania, Estonia e Bielorussia dovrebbero essere unite in una confederazione anti-russa, la quale dovrebbe diventare una sorta di fortezza della “razza bianca” che si opponga sia alla “Russia asiatica” sia all’Europa occidentale, “rovinata dagli immigrati”. I neonazisti ucraini del gruppo C-14 sostengono i manifestanti bielorussi con bandiere usate sia dalla moderna opposizione bielorussa che dai collaboratori nazisti durante la seconda guerra mondiale.[3]

“Stavano preparando questo casino contro di noi”

Un concetto simile viene promosso dai cosiddetti esperti del Consiglio Atlantico, citando solo la necessità di creare una zona cuscinetto tra Europa e Russia. Il reale obiettivo è, molto probabilmente, minare le relazioni commerciali tra Russia/Cina ed Europa occidentale.[4] Finora la Bielorussia è stata l’anello mancante di questa catena.

Il presidente Lukashenko afferma che l’opposizione è manovrata dalla Polonia e i paesi della UE si stanno accodando all’azione degli Stati Uniti:

“Stavano preparando questo casino contro di noi. E la Russia aveva paura di perderci. L’Occidente ha deciso di metterci in qualche modo, ovviamente – come vediamo ora – contro la Russia. Adesso vogliono creare questo corridoio del Baltico-Mar Nero, una sorta di zona cuscinetto: le tre repubbliche baltiche, noi e l’Ucraina. Siamo un anello di questa catena. Gli Stati Uniti stanno pianificando e dirigendo tutto questo, e i paesi della UE stanno al gioco. È stato ordinato – lo faranno. Un centro speciale è stato istituito vicino a Varsavia. Stiamo guardando, sappiamo cosa fa. Cominciano a brandire le armi. Sai, quando accadono cose inquietanti nelle vicinanze, quando i carri armati iniziano a muoversi e gli aerei volano nelle vicinanze, non è una coincidenza.”[5]

Anche in questo caso, allo stesso tempo, il presidente Zelensky e gli ufficiali ucraini non hanno fretta di schierarsi da una parte o dall’altra; sono pronti ad aspettare. E una delle ragioni di ciò è l’importanza della Bielorussia per l’economia dell’Ucraina e di tutta l’Europa orientale.

Il significato della “finestra bielorussa”

Dopo l’imposizione delle sanzioni contro la Federazione Russa, l’economia ucraina è diventata fortemente dipendente dalla “finestra bielorussa”, attraverso la quale le merci russe vengono fornite all’Ucraina e quelle ucraine alla Russia. Per anni la Bielorussia ha approfittato della rietichettatura delle merci come “prodotte in Bielorussia”. Il paese è diventato il principale fornitore di frutti di mare per tutti i paesi post-sovietici che non hanno coste. Fornisce due volte di più di frutta alla Russia di quanta ne sia in grado di produrre. È possibile acquistare prodotti russi in ogni supermercato ucraino; sono semplicemente contrassegnati come “prodotti in Bielorussia”.

Dopo la Russia, l’Ucraina è al secondo posto nell’elenco dei principali destinatari delle esportazioni bielorusse, per un totale di circa 4 miliardi di dollari. Nella lista dei principali importatori della Bielorussia, l’Ucraina è al quarto posto (un volume totale di 1,5 miliardi di dollari).

L’analista finanziario ucraino Vasyl Nevmerzhitskiy ritiene che, se verranno chiuse le frontiere da parte della Bielorussia (in caso di gravi problemi politici), ciò avrà un impatto negativo sul bilancio dell’Ucraina, poiché perderebbe una delle principali fonti di approvvigionamento:

“Se chiudono le frontiere in Bielorussia a causa di disordini pubblici allora il nostro fatturato commerciale diminuirà notevolmente. Dopotutto, attraverso questo vicino l’Ucraina acquista non solo beni bielorussi, ma anche russi. La fornitura di beni verrà immediatamente ridotta a due partner commerciali chiave. Questo colpirà il bilancio ucraino, poiché la riscossione del VAT [IVA] e dei dazi doganali, così come il nostro mercato valutario, diminuirà.”[6]

L’impatto sull’industria, il commercio e l’economia dell’Ucraina

Tuttavia, la pietra angolare delle relazioni economiche ucraino-bielorusse sono il petrolio ed i sottoprodotti petroliferi. Sebbene la Bielorussia non sia un paese produttore di petrolio, è la principale fonte di petrolio e gasolio per il mercato ucraino. Circa il 35% della benzina viene fornita all’Ucraina dalla Bielorussia e circa la stessa quantità dalla Federazione Russa tramite la Bielorussia. Il petrolio viene importato principalmente dalla raffineria di petrolio Mozyr in Bielorussia attraverso Korosten, nella regione di Zhytomyr in Ucraina. Come affermano gli analisti ucraini dal 2014, nessun carro armato ucraino si muoverebbe senza il petrolio fornito dalla Bielorussia.

Inoltre, poiché l’industria ucraina è in gran parte crollata, Kiev ora ripara i suoi veicoli militari e gli aerei anche in Bielorussia. Minsk è diventata un’intermediaria, lavora per contratti militari sia per la Russia che per l’Ucraina (spesso nelle stesse fabbriche). La Bielorussia fornisce veicoli militari e dispositivi ottici sia all’esercito russo che a quello ucraino.

Poiché l’Ucraina ha vietato i voli per la Russia, nonostante milioni di cittadini vi lavorassero, gli ucraini devono volare in Russia attraverso la Bielorussia. Allo stesso modo, i russi visitano i loro parenti in Ucraina facendo scalo in Bielorussia.

Pertanto, nel sostenere i manifestanti in Bielorussia, le autorità ucraine avrebbero agito contro i propri interessi economici. Tuttavia, sotto la pressione degli Stati Uniti, prima o poi dovranno decidere quale posizione adottare. I nazionalisti ucraini e gli attivisti delle ONG finanziate dall’Occidente hanno già deciso, ma le loro azioni a sostegno dell’opposizione bielorussa a Kiev non stanno radunando più di una dozzina di persone. Avendo già sperimentato due rivoluzioni colorate e un periodo di repressione statale, la sinistra ucraina chiede che l’attenzione si concentri sulle questioni economiche piuttosto che politiche durante la crisi bielorussa. È questa la domanda che l’opposizione bielorussa sta cercando di mettere a tacere, sostenendo che è necessario prima rovesciare Lukashenko, e poi – “vedremo”. Allo stesso tempo, il programma economico dell’opposizione, pubblicato a giugno sul sito zabelarus.com, suggerisce riforme neoliberiste e privatizzazioni di massa.[7]

Punto di vista alternativo sugli eventi

L’organizzazione marxista ucraina Borotba, bandita in Ucraina dopo la rivoluzione colorata del 2014, avverte che il programma economico dell’opposizione bielorussa è contro gli interessi dei lavoratori e sta cercando di manipolarli:

“La rappresentazione dello scontro tra il “popolo” e il “dittatore” imposto dai media imperialisti non dovrebbe mettere in ombra un’analisi politica e di classe. La solidarietà per le vittime della brutalità della polizia non significa sostenere la loro agenda politica.”

“La forza trainante nelle proteste contro il regime di Lukashenko è stata la classe media urbana, che è cresciuta e si è rafforzata durante gli anni di relativa prosperità economica. La classe media ha cominciato a considerare restrittiva la struttura del welfare state paternalistico, sposando la visione del “mercato libero” e della “libera impresa”. Non avendo esperienza delle riforme neoliberiste che hanno distrutto le economie di Ucraina e Russia, una parte significativa del popolo bielorusso vede il futuro del proprio paese nella “libertà” guidata dal mercato.”

“Tuttavia, è improbabile che un programma neoliberista di privatizzazione su larga scala, tagli alla salute e la libertà di licenziare piaccia alla maggior parte dei lavoratori. Questo è il motivo per cui il programma di “riforma”, inizialmente ampiamente pubblicizzato dalla candidata dell’opposizione Sviatlana Tsikhanouskaya e dai suoi sostenitori, è stato in seguito sostanzialmente nascosto. Ma era troppo tardi”[8]

Ciò che è ovvio per gli ucraini che seguono da vicino gli eventi nel paese vicino, indipendentemente dall’esito delle proteste, è che la Bielorussia non sarà la stessa di prima dell’agosto 2020. Se Lukashenko rimane al potere, la sua posizione sarà più debole e dovrà fare concessioni significative ai partner commerciali esteri. Qualsiasi cambiamento di potere in Bielorussia può comportare il rischio di un lungo periodo di instabilità, la chiusura di grandi imprese e conflitti civili, poiché l’opposizione liberale non può fare affidamento sul sostegno delle masse o dimostrare la sua legittimità.

Le trame della CIA in Italia: elezioni falsificate e colpi di stato

Gli Stati Uniti parlano tanto di democrazia e della sua esportazione, tanto che nel suo nome hanno causato guerre, colpi di stato e milioni di morti rivelandosi la maggiore minaccia alla pace dei popoli che da sempre vogliono liberarsi dal giogo imperialista, per poi tuonare invece contro coloro che hanno osato interferire nelle loro elezioni. Ma cosa intendono con la parola democrazia? A seguito di una ricerca riporto qui alcuni documenti che rispondono chiaramente a questa domanda più specificatamente per quanto riguarda l’Italia: Continue reading

Cosa farebbe Machiavelli?

COMPAGNO MACHIAVELLI E L’ODIO DI CLASSE
L’immaginario comune di oggi sbaglia su Machiavelli – era un santo patrono della lotta di classe.

Articolo di Chris Maisano su Jacobin USA tradotto da Voxkomm https://www.jacobinmag.com/2013/06/what-would-machiavelli-do

Tengo un ritratto di Machiavelli sulla mia scrivania a lavoro – una scelta di interior design che, ho imparato, sconcerta alcuni dei miei colleghi. Recentemente un pomeriggio, ho ricevuto un e-mail da uno di loro con il titolo “Who Wants to Serve a Billionaire?” (chi vuole fare da servo a un miliardario?) Il messaggio conteneva un link a un articolo del Guardian sul crescente gruppo di multimiliardari internazionali, i loro cosiddetti “superyacht”, e i disperati britannici ed est europei che gli fanno da servi come mestiere.

Il rapporto è un documento indelebile del nostro tempo, è una testimonianza delle fortune rapidamente divergenti dell’1% e del resto di noi in tutto il mondo. “Queste sono persone abituate a ottenere ciò che vogliono”, ci ricorda il giornalista, “e, come datori di lavoro, tendono ad essere estremamente esigenti”. Continue reading

Benedetta Sabene attacca il “femminismo” alla Freeda

Il femminismo mainstream oggi tocca per il 90% tematiche come bodyshaming, peli, accettazione di sé, girl power, libertà di gestire il proprio corpo. Il tutto meglio se condito con un po’ di spot pubblicitari, come fanno pagine come Freeda. Perché qualsiasi cosa possa fare profitto, nel sistema capitalistico, va spremuta il più possibile: basti pensare a Beyoncè, paladina delle lotte femministe, che paga pochi centesimi le lavoratrici che producono in Sri Lanka i capi della sua linea di abbigliamento.

La realtà che vivono ogni giorno la maggior parte delle donne, però, è molto diversa da quella su cui questo tipo di femminismo mette l’accento: precarietà, licenziamenti, impossibilità di potersi fare una famiglia, sfruttamento. E nel resto del mondo la situazione è anche peggiore. Eppure tutto questo non sembra interessarci. Perché?
Perché fa molto più comodo creare artificialmente una sorta di “solidarietà femminile”, piuttosto che rendere le donne consapevoli dei rapporti di forza economici esistenti in questa società: un’operaia srilankese NON ha nulla in comune con la sua padrona Beyoncè. Ma ha tutto in comune con il suo collega uomo, sfruttato e malpagato quanto lei.

Il più grande paradosso del femminismo commerciale è proprio questo: lottare per l’uguaglianza di genere senza lottare per l’uguaglianza sociale. Lottare, quindi, per un’emancipazione che non ci potrà mai essere in un sistema economico basato proprio sullo sfruttamento e sull’oppressione. Con l’aggravante di trasformare le lotte in profitto.

– Bendetta Sabene

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Benedetta Sabene attacks “Freeda femminism”

Today’s mainstream feminism is for the 90% about themes as bodyshaming, hair, self-acceptance, girl power, freedom to manage one’s own body. All better if seasoned with a few commercials, as many well-known FB pages do (as the italian Freeda, for example – link). In the capitalist system, anything that can make a profit must be squeezed as much as possible: just think about Beyoncè, a champion of feminist fights, who pays a few cents the women working in Sri Lanka to produce the items of her clothing line.

The reality that most women live every day, however, is very different from the on which this type of feminism puts the emphasis on: precariousness, layoffs, inability to have a family, exploitation. And in the rest of the world the situation is even worse. Yet, all this does not seem to interest us. Why is that?

Because it is much more convenient to artificially create a sort of “female solidarity”, rather than making women aware of the economic power relations existing in this society: a Sri Lankan female worker has NOTHING in common with her boss Beyoncè. But she has EVERYTHING in common with her fellow man, as much exploited and badly paid as she is.

The big paradox of commercial feminism is precisely this: fighting for gender equality without fighting for social equality. To fight, therefore, for an emancipation that can never be found in an economic system precisely based on exploitation and oppression. With the aggravating feature of transforming struggles into profit.

– Benedetta Sabene

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