Giornalista indaga su presunti rapporti tra nazisti e StopFake.org, costretta a fuggire da Kiev

Ekaterina Sergatskova, 32 anni, cittadina ucraina di origini russe, è editrice del giornale Zaborona, che si è spesso concentrato su questioni ignorate dai media ucraini, tra cui il nazionalismo e l’estrema destra. Il 3 luglio, la Sergatskova è stata co-autrice di un’indagine relativa ai collegamenti tra gruppi neonazisti e StopFake.org, una ONG ucraina che lavora come partner di Facebook per il fact-checking.

La giornalista Ekaterina Sergatskova

Il rapporto descriveva in dettaglio diversi casi di comparsa in pubblico di alcuni volti noti di StopFake accanto a musicisti appartenenti a gruppi white-power, negazionisti dell’Olocausto. L’aver scoperto tali collegamenti gli sarebbe valsa la rimozione [da Facebook] di un precedente articolo di Zaborona sull’attivista di estrema destra Denis Nikitin.

StopFake ha risposto alle accuse affermando di non essere mai stata autorizzata a bloccare i materiali e ha respinto le accuse definendole “una cospirazione filo-russa”.

L’articolo ha inoltre suscitato una reazione immediata da parte della destra, sia pubblicamente sui social media che privatamente, nei messaggi inviati alla giornalista.

Sabato, Roman Skrypin, un famoso giornalista nazionalista, ha pubblicato le foto della Sergatskova e di suo figlio di cinque anni, insieme alle fotografie di quella che credeva fosse la sua casa, accusandola di essere un agente del Cremlino, una descrizione che gli amici della giornalista considerano assurda.

Nei commenti di risposta sotto al post su Facebook di Skrypin, gli utenti hanno rivolto ogni tipo di minaccia alla Sergatskova e hanno rivelato dettagli sul suo indirizzo di casa. Il post originale su Facebook e i commenti delle figure di estrema destra sono stati eliminati a seguito di molteplici reclami. Ma ulteriori post offensivi dello stesso giornalista rimangono intoccati. “Mi bloccate un post”, ha scritto Skyrpin, “e ne scriverò altri 10”.

Sergatskova ha lasciato la capitale ucraina con la sua famiglia lunedì sera, temendo per la propria vita. Queste paure non sono in contrasto con le storie di estrema violenza che hanno coinvolto l’estrema destra ucraina e con i sospetti sui legami tra gruppi neonazisti e le forze dell’ordine.

Nel 2015, Oles Buzyna, un giornalista e scrittore filo-russo è stato assassinato il giorno dopo che il suo indirizzo era trapelato, insieme a quello di altre centinaia di giornalisti, da Myrotvorets, un sito web collegato con il Ministero dell’Interno ucraino.

Un anno dopo, il giornalista Pavel Sheremet viene assassinato nella sua auto nel centro di Kiev. Finora l’indagine ufficiale non è riuscita a indicare sospetti convincenti, anche se un’altra indagine condotta dai suoi colleghi concludeva che i servizi di sicurezza ucraini avrebbero potuto sapere qualcosa al riguardo.

Sergatskova ha dichiarato a The Independent di aver denunciato le minacce alla polizia, ma che non si aspetta una reale protezione da parte loro.

“Non ci sentiamo al sicuro e i burocrati tacciono, come puoi sentirti sicura sapendo quanto strettamente l’estrema destra è collegata alla polizia e ai servizi di sicurezza?”

Anton Shekhovtsov, docente esterno all’Università di Vienna, ed esperto di movimenti di estrema destra nell’Europa orientale, ritiene che lo stato ucraino non “respinga sistematicamente” i movimenti nazionalisti. A volte è stato difficile distinguere la partecipazione attiva in un’organizzazione nazionalista, rispetto all’infiltrazione, ha detto.

“Non è sempre chiaro se il governo stia facendo qualcosa, ma si infiltrano e smantellano alcune delle organizzazioni più estreme”

L’estrema destra ucraina è composta da diversi gruppi: “I gruppi in cui è coinvolto il Ministero dell’Interno non sono gli stessi dei gruppi come il C14 menzionato nel pezzo di Zaborona“. C14, è un’organizzazione di estrema destra sospettata di numerosi crimini gravi, tra cui le violenze contro la comunità rom in Ucraina e l’omicidio di Oles Buzyna.

Zaborona ha suggerito che l’ONG di fact-checking StopFake abbia collegamenti con il gruppo tramite Marko Suprun, un loro presentatore sul canale YouTube. Suprun, marito canadese dell’ex Ministro della Sanità ucraino, è stato mostrato insieme ad ex membri di C14 e altre figure di estrema destra, tra cui una persona condannata per omicidio per motivi razziali.

Anche Yevhen Fedchenko, direttore di StopFake e della scuola di giornalismo dell’Accademia Mohyla di Kiev, ha in passato twittato in difesa di C14. Parlando con The Independent, Fedchenko ha dichiarato di non avere commenti ufficiali da fare, dato che intende portare il caso in tribunale.

“Quello sarà il posto per chiarimenti, queste sono accuse serie.”

Traduzione dell’articolo di Oliver Carroll per The Independent del 14/7/2020.


Note

  • Articolo di Zaborona sui contatti tra nazisti e StopFake.org
  • Articolo di Zaborona su Denis Nikitin cancellato da Facebook
  • Marko Suprun in foto insieme a diversi nazisti
  • Pagina twitter di Mauro Voerzio, responsabile italiano di StopFake.org

Hanno ucciso “Volk”

Volk, combattente della DKO (Unità dei volontari comunisti)

di Alexander Ivanov

«Apprezzo molto la nostra amicizia, la nostra lotta e quanto sei forte nello spirito, non ti arrendi nonostante ciò che sta accadendo. È difficile e ti rispetto davvero per questo. E, soprattutto, credo in te, abbiamo da davanti a noi tante battaglie di classe.
Ma se cadi in battaglia: rispetto e memoria eterna. Il tuo coraggio e la tua testardaggine, la tua fiducia e dignità rimarranno per secoli. Il dolore in me sarà irreparabile.»

Dalla corrispondenza personale

Io e Anton Korovin ci siamo conosciuti ai tempi dell’università. Siamo entrati nel movimento comunista quasi nello stesso momento, siamo diventati marxisti insieme e per tutti questi anni siamo stati amici. E rimarremo amici, questo tipo di persone non muoiono – diventano eroi, stanno nei ranghi di coloro che hanno vissuto e combattuto per un mondo migliore e hanno raggiunto l’immortalità. Come può morire un amico e un compagno con il quale sei andato a scuola e hai autopubblicato il “Manifesto del Partito Comunista”? Alla dolorosa domanda “Chi te lo fa fare di rimanere nella guerra?”, Per molti anni ha sempre risposto con un sorriso: “Se non io, allora chi?”

Sognava di laurearsi per insegnare storia. Il suo sogno ha persino iniziato a diventare realtà quando è entrato all’università di Lugansk. Era molto preoccupato perché non riusciva a decidere l’argomento per la tesi di laurea. È stato sfortunato a causa di Minsk – il capitalismo ha infranto i suoi desideri e lo ha mandato a lavorare duramente per 12 ore in un magazzino. Non aveva più tempo…

Abbiamo sempre litigato molto. Sulla guerra, sulla pace, sulla vita, sul comunismo. Avremmo potuto discutere di qualsiasi argomento giorno o notte. Nel bel mezzo della notte, avremmo bevuto il caffè e fatto una passeggiata, solo per rimanere svegli. Ma non era solo un compagno forte nei dibattiti. Ha sostenuto la sua famiglia e ha lavorato duramente. Aiutava sempre gli altri e non poteva tollerare l’ingiustizia. Ci sono pochissime persone del genere.

Nel primo decennio di questo secolo abbiamo avuto un piccolo gruppo comunista. Abbiamo pubblicato testi, organizzato seminari e cercato sostenitori sui social network. Ma alla fine del 2014 tutto è diventato molto più serio, ed è andato a difendere la ribellione nel Donbass come parte dell’Unità dei volontari comunisti (DKO).

Vale la pena soffermarsi sul motivo per cui il comunista Anton si era unito alla Prizrak [la Brigata “Fantasma”]. La guerra civile in Ucraina era appena cominciata. Le manifestazioni di Euromaidan si erano trasformate in un golpe e in un massacro sanguinoso nel centro di Kiev. Il paese stava crollando e a maggio i nazisti avevano bruciato vivi i nostri compagni nella Casa dei sindacati di Odessa. Quel mondo già fragile si stava letteralmente sgretolando sotto i nostri occhi. In estate, i battaglioni punitivi ucraini e le forze armate ucraine avevano assediato e bombardato Lugansk e Donetsk, che non avevano accettato il colpo di stato fascista. Una vera guerriglia è scoppiata alla periferia delle regioni. Venne formata una milizia e i volontari iniziarono ad andare a Donbass in massa.

Le milizie crebbero rapidamente, ma erano tutte molto diverse fra loro. In estate si formò la Brigata Fantasma, che non combatteva per un potere astratto a Lugansk. I “Fantasmi” andarono a Lysychansk dove fecero le loro prime battaglie, respingendo l’avanzata dei nemici delle Repubbliche [popolari di Lugansk e Donetsk]. Il comandante era Alexej Mozgovoj. I comunisti prestarono immediatamente attenzione a lui e alla sua brigata. Alexej Borisovich si distinse radicalmente dalla folla. Le sue idee erano chiare:

Per prima cosa, organizzare un Consiglio dei comandanti era una necessità tattica. Era necessario il Consiglio dei comandanti: l’anarchia e la confusione sul fronte non potevano portare a nulla di buono, e l’esercito ucraino aveva già affrontato unità ribelli e aveva acquisito esperienza, si stava preparando per una nuova offensiva contro le repubbliche.

Secondo, una cosa vicina ai nostri cuori: la guerra contro la guerra. Il Donbass si era ribellato contro il colpo di stato a Kiev, ma invece dell’indipendenza aveva ottenuto delle granate. I capitalisti hanno scatenato la guerra per i propri interessi. I poveri non hanno bisogno di combattere l’un l’altro, ma rivolgono le loro baionette contro coloro che hanno scatenato il massacro.

Mozgovoj era sincero e si unirono consapevolmente alla sua brigata per combattere. Non per l’adrenalina, non per i trofei e non per sfuggire dai problemi o da una vita noiosa. Si unirono a lui per combattere contro la guerra, per la pace.

Quando Anton mi parlò dei suoi piani nell’autunno del 2014, non potevo credere che il mio compagno intelligente e responsabile, che già portava molto sulle sue spalle, sarebbe andato a combattere. È stata una decisione molto importante. Non ha mai gettato parole al vento, faceva sempre quello che diceva. L’unica cosa che non mi ha sorpreso è stata la sua scelta della Brigata “Fantasma”.

Poi c’è stata Kommisarovka, Debaltsevo. Kirovsk, posti di blocco e trincee infinite in prima linea. Passavano settimane senza ricevere suoi messaggi, e quindi leggere una risposta nel cuore della notte: “Come ti chiamano al fronte?” “Volk” [lupo], quello era il suo nome di battaglia. Odiava la guerra e cercava di parlarne il meno possibile. Potevamo discutere all’infinito degli ufficiali dell’esercito e di come l’accordo di Minsk-2 ha legato le loro mani e prolungato la guerra. Queste scelte politiche non fecero altro che schiacciare coloro che difendevano l’indipendenza del Donbass nella morsa dei litigi imperialisti.

La guerra non aveva cambiato molto Anton. Solo i suoi occhi tradivano la sua esperienza di combattente; questi risaltavano sul suo giovane viso. È sempre rimasto un comunista, fortemente interessato a ciò che stava accadendo nel nostro paese e nel mondo. Nelle sue rare e brevi visite a Mosca, ha cercato di partecipare il più possibile a tutti gli eventi e gli incontri. Ha partecipato alle manifestazioni e alle lezioni all’Università dei lavoratori. Durante la sua ultima visita a Mosca, ha partecipato con noi a un’azione contro il blocco di Cuba. Ha vissuto. Ha amato.


Anton è partito per il Donbass come volontario. Si è anche offerto per andare al fronte, faceva parte del gruppo degli specialisti sabotatori e ricognitori. Respingendo un attacco al villaggio di Berezovskoje, vicino alla città di Kirovsk, Anton è morto sotto il fuoco dell’artiglieria. È successo la mattina del 18 febbraio 2020. Non aveva paura della morte, ma voleva vivere. Senza paura – così lo definivano i suoi commilitoni.

Dormi bene, caro compagno. La lotta continua, la vittoria sarà nostra!

Tradotto da Red Star Over Donbass
Fonte originale Prometej

L’eroe sovietico Aleksej Botjan ci ha lasciati

Oggi, a 103 anni, ci ha lasciati Aleksej Botjan, agente del KGB e ricognitore sovietico divenuto famoso per le diverse imprese rischiose ed eroiche portate a termine durante la seconda guerra mondiale. Nel 1941 combatte in prima linea nella battaglia di Mosca, venne poi impiegato in pericolosissime azioni di guerriglia nelle retrovie del nemico, organizzando i combattenti antifascisti in diversi paesi occupati dalle truppe della Germania nazista. Nella sola Ucraina occidentale, nel 1943, fece saltare in aria 80 ufficiali nazisti piazzando una bomba dentro un edificio dell’amministrazione del Reich. Nel 1945 nella Polonia occupata riuscì ad organizzare diversi gruppi partigiani per coordinare delle operazioni contro gli invasori. Terminò la guerra in Cecoslovacchia, sempre operando nelle retrovie nemiche, e vi rimase negli anni successivi compiendo azioni di spionaggio celando la propria identità. Queste sono alcune delle informazioni che Aleksej ha potuto rivelare, tutto il suo lavoro nel dopoguerra rimane coperto da segreto militare. Una intera vita vissuta al servizio della patria dei lavoratori, per la speranza nella costruzione di una società più giusta. Onore a te Aleksej.

Aleksej Botjan, agente del KGB ed eroe sovietico

Prima delle foibe: quello che i fascisti cercano di insabbiare

10 febbraio, nel cosiddetto #GiornoDelRicordo il reale intento della destra e del centrosinistra (Zingaretti ha persino finanziato un film sul tema, utilizzando i fondi della Regione Lazio) è quello criminalizzare le forze popolari che hanno liberato l’Europa dall’oppressione nazifascista. Selezionano i ricordi che più fanno comodo, ingigantendoli, vogliono tramutare i carnefici fascisti in vittime. Non possiamo permetterlo.

Queste sono le truppe fasciste in Jugoslavia. Questo era il trattamento che fascisti e nazisti riservavano ai partigiani e alle popolazioni slave in generale.

Fascisti decapitano partigiano. 1942, zona di Tolmino.

8 febbraio 1943 – I nazisti impiccano a un albero la diciassettenne partigiana jugoslava Lepa Radić.

8 febbraio 1943 – I nazisti impiccano a un albero la diciassettenne partigiana jugoslava Lepa Radić

Tra i crimini di cui si macchiarono le truppe nazifasciste in Jugoslavia, oltre agli innumerevoli massacri, sono tristemente note le torture e le mutilazioni ai danni della popolazione civile. La storia di Ruza Petrovic è quella di una donna croata che finisce tra le mani dei fascisti italiani, i quali, senza pietà, le cavarono entrambi gli occhi con un pugnale.

Ruza Petrovic, donna croata alla quale i fascisti cavano entrambi gli occhi con un pugnale.

I fascisti italiani consideravano gli slavi come una razza inferiore e il più delle volte le foibe furono utilizzate dagli stessi nazifascisti per disfarsi della popolazione slava che si ribellava all’occupazione, sia civili che partigiani. Quegli stessi corpi oggi vanno a gonfiare i numeri già ingigantiti dalla propaganda.

“Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone.
I confini d’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.”

«Poesia per bambini “In fondo alla foiba” tratta da “La Venezia Giulia: Trieste e Istria” Paravia, Torino, 1925.
In questo testo, “approvato” per l’uso nelle scuole, si insegnava che il “dovere” di difendere la “favella di Dante” si concretizzava nel far finire in fondo alla “Foiba” (cioè l’orrido che costeggia il castello di Pisino, letto dell’omonimo torrente) coloro che “offendevano” Pisino con parole non italiane: in pratica un invito al massacro delle popolazioni non italiane dell’Istria.» Fonte: Dieci Febbraio

Poesia fascista per bambini: “In fondo alla foiba”

Sondaggio: il 70% dei russi è con Stalin

Un nuovo sondaggio del Levada Center rileva che il 70% della popolazione russa considera positivo il ruolo di Stalin nella storia del paese, si tratta di un record assoluto. Solo il 19% percento considera il suo un ruolo negativo, mentre l’11% non sa rispondere. Secondo il sociologo Leonid Bryzov “Stalin è visto come un campione degli oppressi”, e aggiunge “La figura di Stalin comincia a essere percepita come un simbolo di giustizia e un’alternativa all’attuale governo, che viene valutato come ingiusto, crudele e non attento alle persone”.

Continue reading

Referendum sulla conservazione dell’URSS (1991)

17 marzo 1991, pochi sanno che negli ultimi mesi di vita dell’URSS i cittadini sovietici parteciparono in massa a un referendum esprimendo la propria volontà di scongiurare la dissoluzione dell’Unione Sovietica. La vittoria del “Sì” fu schiacciante, al 77,85%. Un evento storico largamente ignorato in occidente e che smonta gran parte della narrazione dei nostri media su quel periodo, i quali cercano invece di ritrarre un popolo che si sarebbe ribellato all'”oppressione comunista”.

Quello che fa certamente riflettere è che, nonostante ogni tentativo delle politiche di Gorbachev di snaturare l’economia sovietica, promuovendo una transizione al capitalismo e spingendo il paese a ripudiare il proprio passato e le proprie conquiste, la popolazione in massa si mise a difesa di quel colossale progetto che fu l’Unione Sovietica.

Ignorando i risultati del referendum, nel dicembre dello stesso anno, Gorbachev si dimise da presidente dell’Unione Sovietica e conferì tutti i poteri al presidente della Russia, Boris Eltsin, il quale portò a compimento la sua missione e quella della cricca anticomunista che aveva scalato il partito: ammainare la bandiera sovietica dal Cremlino.

Vi riproponiamo questa interessante infografica di Rianovosti del 2011 che abbiamo tradotto e rielaborato, e alla quale abbiamo apportato anche delle correzioni ai dati delle votazioni.

Le trame della CIA in Italia: elezioni falsificate e colpi di stato

Gli Stati Uniti parlano tanto di democrazia e della sua esportazione, tanto che nel suo nome hanno causato guerre, colpi di stato e milioni di morti rivelandosi la maggiore minaccia alla pace dei popoli che da sempre vogliono liberarsi dal giogo imperialista, per poi tuonare invece contro coloro che hanno osato interferire nelle loro elezioni. Ma cosa intendono con la parola democrazia? A seguito di una ricerca riporto qui alcuni documenti che rispondono chiaramente a questa domanda più specificatamente per quanto riguarda l’Italia: Continue reading

Il film sulle Foibe è una cagata pazzesca

Spinto dalla curiosità, venerdì sera ho deciso di guardare “Red Land – Rosso Istria”, trasmesso su RAI 3 con squilli di tromba e fanfare al seguito.
A dire il vero, mi era capitato di vederne in precedenza alcuni spezzoni, mandatimi da certi ex amici (manco a dirlo, cattolici), nel tentativo di convincermi dell’importanza della pellicola e di farmi capire la ragione per cui, secondo loro, veniva boicottata dai “poteri forti”.
Si, talmente boicottata che è stata trasmessa sulla tv pubblica a tempo di record.
Se c’è una ragione per cui al cinema si è visto poco, è perché Red Land, il film su Norma Cossetto e le foibe (regia di Maximiliano Hernando Bruno), è un film davvero brutto, oltre che essere sostanzialmente banale propaganda. Continue reading

Cosa farebbe Machiavelli?

COMPAGNO MACHIAVELLI E L’ODIO DI CLASSE
L’immaginario comune di oggi sbaglia su Machiavelli – era un santo patrono della lotta di classe.

Articolo di Chris Maisano su Jacobin USA tradotto da Voxkomm https://www.jacobinmag.com/2013/06/what-would-machiavelli-do

Tengo un ritratto di Machiavelli sulla mia scrivania a lavoro – una scelta di interior design che, ho imparato, sconcerta alcuni dei miei colleghi. Recentemente un pomeriggio, ho ricevuto un e-mail da uno di loro con il titolo “Who Wants to Serve a Billionaire?” (chi vuole fare da servo a un miliardario?) Il messaggio conteneva un link a un articolo del Guardian sul crescente gruppo di multimiliardari internazionali, i loro cosiddetti “superyacht”, e i disperati britannici ed est europei che gli fanno da servi come mestiere.

Il rapporto è un documento indelebile del nostro tempo, è una testimonianza delle fortune rapidamente divergenti dell’1% e del resto di noi in tutto il mondo. “Queste sono persone abituate a ottenere ciò che vogliono”, ci ricorda il giornalista, “e, come datori di lavoro, tendono ad essere estremamente esigenti”. Continue reading