La crisi bielorussa attraverso la lente dell’Ucraina

Traduzione dell’articolo di Dmitriy Kovalevich del 27 agosto 2020

Manifestazioni in Bielorussia del 2020 e le manifestazioni in Ucraina nel 2014

Questa estate, la situazione in Bielorussia e le proteste che hanno travolto il paese, hanno dominato quasi completamente l’agenda dei mass media ucraini.

Il 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali nella vicina Bielorussia. Secondo il CEC [Comitato Elettorale Centrale] bielorusso, sono state vinte dal presidente in carica Alexander Lukashenko, che governa il paese dal 1994. L’opposizione non ha riconosciuto i risultati delle elezioni, invitando i suoi sostenitori a protestare nelle strade, agendo secondo lo scenario delle “Rivoluzioni colorate”.

La violenza della polizia innesca la risposta

Durante le prime manifestazioni la polizia ha disperso i manifestanti facendo uso della violenza. Successivamente si sono innescate le proteste di diversi collettivi di lavoratori, poiché molti di essi, pur non partecipando alle proteste iniziali, sono stati attaccati erroneamente dalla polizia. È interessante notare che l’opposizione ha chiesto scioperi solo nelle imprese statali (la stragrande maggioranza in Bielorussia), senza mai invitare i lavoratori delle imprese private o straniere a scioperare.

Solo una settimana dopo le elezioni, sono stati organizzati cortei e manifestazioni altrettanto massicci, a sostegno del presidente in carica, nei quali ha avuto parte attiva anche il Partito Comunista di Bielorussia.

Confronto con Euromaidan 2014

In molti paragonano le proteste in Bielorussia con il colpo di stato ucraino del 2014, chiamato “Euromaidan”. Ci sono davvero molte caratteristiche comuni, ma ci sono anche differenze significative. Lukashenko ha perseguito una politica sociale abbastanza equilibrata. In Bielorussia, la maggior parte delle grandi imprese è stata nazionalizzata, sono di proprietà statale. Non ci sono oligarchi in Bielorussia e, di conseguenza, non ci sono grandi media di proprietà di oligarchi, come quelli che hanno innescato i manifestanti ucraini durante Euromaidan. Il tenore di vita e le garanzie sociali in Bielorussia sono molto più alti che in Ucraina e le tariffe per gas ed elettricità sono inferiori di circa il 50%. Anche i prezzi del cibo sono notevolmente inferiori.

Secondo recenti sondaggi, gli ucraini considerano Alexander Lukashenko il migliore tra i leader stranieri.[1] Per via questa fiducia Minsk è stata scelta come piattaforma per i negoziati per risolvere il conflitto nel Donbass.

L’impatto sull’Ucraina degli eventi in Bielorussia

Gli eventi in Bielorussia hanno diviso la società ucraina. I sostenitori di Euromaidan, i nazionalisti e gli attivisti delle ONG occidentali sostengono i manifestanti bielorussi. Pavel Klimkin, ex ministro degli Esteri ucraino, ha affermato che l’esito delle proteste in Bielorussia è una questione di sopravvivenza dell’Ucraina. Ha scritto: “Le elezioni in Bielorussia non saranno un punto di arrivo. Tutto il divertimento inizierà dopo. Dobbiamo lottare per una Bielorussia europea, non possiamo e non dobbiamo perdere questa battaglia, è una questione di sicurezza e di esistenza”.[2]

I nazionalisti ucraini e neonazisti si sono precipitati in Bielorussia per aiutare a realizzare una sorta di Euromaidan nel paese. Secondo il concetto promosso dall’estrema destra ucraina: Polonia, Ucraina, Lettonia, Lituania, Estonia e Bielorussia dovrebbero essere unite in una confederazione anti-russa, la quale dovrebbe diventare una sorta di fortezza della “razza bianca” che si opponga sia alla “Russia asiatica” sia all’Europa occidentale, “rovinata dagli immigrati”. I neonazisti ucraini del gruppo C-14 sostengono i manifestanti bielorussi con bandiere usate sia dalla moderna opposizione bielorussa che dai collaboratori nazisti durante la seconda guerra mondiale.[3]

“Stavano preparando questo casino contro di noi”

Un concetto simile viene promosso dai cosiddetti esperti del Consiglio Atlantico, citando solo la necessità di creare una zona cuscinetto tra Europa e Russia. Il reale obiettivo è, molto probabilmente, minare le relazioni commerciali tra Russia/Cina ed Europa occidentale.[4] Finora la Bielorussia è stata l’anello mancante di questa catena.

Il presidente Lukashenko afferma che l’opposizione è manovrata dalla Polonia e i paesi della UE si stanno accodando all’azione degli Stati Uniti:

“Stavano preparando questo casino contro di noi. E la Russia aveva paura di perderci. L’Occidente ha deciso di metterci in qualche modo, ovviamente – come vediamo ora – contro la Russia. Adesso vogliono creare questo corridoio del Baltico-Mar Nero, una sorta di zona cuscinetto: le tre repubbliche baltiche, noi e l’Ucraina. Siamo un anello di questa catena. Gli Stati Uniti stanno pianificando e dirigendo tutto questo, e i paesi della UE stanno al gioco. È stato ordinato – lo faranno. Un centro speciale è stato istituito vicino a Varsavia. Stiamo guardando, sappiamo cosa fa. Cominciano a brandire le armi. Sai, quando accadono cose inquietanti nelle vicinanze, quando i carri armati iniziano a muoversi e gli aerei volano nelle vicinanze, non è una coincidenza.”[5]

Anche in questo caso, allo stesso tempo, il presidente Zelensky e gli ufficiali ucraini non hanno fretta di schierarsi da una parte o dall’altra; sono pronti ad aspettare. E una delle ragioni di ciò è l’importanza della Bielorussia per l’economia dell’Ucraina e di tutta l’Europa orientale.

Il significato della “finestra bielorussa”

Dopo l’imposizione delle sanzioni contro la Federazione Russa, l’economia ucraina è diventata fortemente dipendente dalla “finestra bielorussa”, attraverso la quale le merci russe vengono fornite all’Ucraina e quelle ucraine alla Russia. Per anni la Bielorussia ha approfittato della rietichettatura delle merci come “prodotte in Bielorussia”. Il paese è diventato il principale fornitore di frutti di mare per tutti i paesi post-sovietici che non hanno coste. Fornisce due volte di più di frutta alla Russia di quanta ne sia in grado di produrre. È possibile acquistare prodotti russi in ogni supermercato ucraino; sono semplicemente contrassegnati come “prodotti in Bielorussia”.

Dopo la Russia, l’Ucraina è al secondo posto nell’elenco dei principali destinatari delle esportazioni bielorusse, per un totale di circa 4 miliardi di dollari. Nella lista dei principali importatori della Bielorussia, l’Ucraina è al quarto posto (un volume totale di 1,5 miliardi di dollari).

L’analista finanziario ucraino Vasyl Nevmerzhitskiy ritiene che, se verranno chiuse le frontiere da parte della Bielorussia (in caso di gravi problemi politici), ciò avrà un impatto negativo sul bilancio dell’Ucraina, poiché perderebbe una delle principali fonti di approvvigionamento:

“Se chiudono le frontiere in Bielorussia a causa di disordini pubblici allora il nostro fatturato commerciale diminuirà notevolmente. Dopotutto, attraverso questo vicino l’Ucraina acquista non solo beni bielorussi, ma anche russi. La fornitura di beni verrà immediatamente ridotta a due partner commerciali chiave. Questo colpirà il bilancio ucraino, poiché la riscossione del VAT [IVA] e dei dazi doganali, così come il nostro mercato valutario, diminuirà.”[6]

L’impatto sull’industria, il commercio e l’economia dell’Ucraina

Tuttavia, la pietra angolare delle relazioni economiche ucraino-bielorusse sono il petrolio ed i sottoprodotti petroliferi. Sebbene la Bielorussia non sia un paese produttore di petrolio, è la principale fonte di petrolio e gasolio per il mercato ucraino. Circa il 35% della benzina viene fornita all’Ucraina dalla Bielorussia e circa la stessa quantità dalla Federazione Russa tramite la Bielorussia. Il petrolio viene importato principalmente dalla raffineria di petrolio Mozyr in Bielorussia attraverso Korosten, nella regione di Zhytomyr in Ucraina. Come affermano gli analisti ucraini dal 2014, nessun carro armato ucraino si muoverebbe senza il petrolio fornito dalla Bielorussia.

Inoltre, poiché l’industria ucraina è in gran parte crollata, Kiev ora ripara i suoi veicoli militari e gli aerei anche in Bielorussia. Minsk è diventata un’intermediaria, lavora per contratti militari sia per la Russia che per l’Ucraina (spesso nelle stesse fabbriche). La Bielorussia fornisce veicoli militari e dispositivi ottici sia all’esercito russo che a quello ucraino.

Poiché l’Ucraina ha vietato i voli per la Russia, nonostante milioni di cittadini vi lavorassero, gli ucraini devono volare in Russia attraverso la Bielorussia. Allo stesso modo, i russi visitano i loro parenti in Ucraina facendo scalo in Bielorussia.

Pertanto, nel sostenere i manifestanti in Bielorussia, le autorità ucraine avrebbero agito contro i propri interessi economici. Tuttavia, sotto la pressione degli Stati Uniti, prima o poi dovranno decidere quale posizione adottare. I nazionalisti ucraini e gli attivisti delle ONG finanziate dall’Occidente hanno già deciso, ma le loro azioni a sostegno dell’opposizione bielorussa a Kiev non stanno radunando più di una dozzina di persone. Avendo già sperimentato due rivoluzioni colorate e un periodo di repressione statale, la sinistra ucraina chiede che l’attenzione si concentri sulle questioni economiche piuttosto che politiche durante la crisi bielorussa. È questa la domanda che l’opposizione bielorussa sta cercando di mettere a tacere, sostenendo che è necessario prima rovesciare Lukashenko, e poi – “vedremo”. Allo stesso tempo, il programma economico dell’opposizione, pubblicato a giugno sul sito zabelarus.com, suggerisce riforme neoliberiste e privatizzazioni di massa.[7]

Punto di vista alternativo sugli eventi

L’organizzazione marxista ucraina Borotba, bandita in Ucraina dopo la rivoluzione colorata del 2014, avverte che il programma economico dell’opposizione bielorussa è contro gli interessi dei lavoratori e sta cercando di manipolarli:

“La rappresentazione dello scontro tra il “popolo” e il “dittatore” imposto dai media imperialisti non dovrebbe mettere in ombra un’analisi politica e di classe. La solidarietà per le vittime della brutalità della polizia non significa sostenere la loro agenda politica.”

“La forza trainante nelle proteste contro il regime di Lukashenko è stata la classe media urbana, che è cresciuta e si è rafforzata durante gli anni di relativa prosperità economica. La classe media ha cominciato a considerare restrittiva la struttura del welfare state paternalistico, sposando la visione del “mercato libero” e della “libera impresa”. Non avendo esperienza delle riforme neoliberiste che hanno distrutto le economie di Ucraina e Russia, una parte significativa del popolo bielorusso vede il futuro del proprio paese nella “libertà” guidata dal mercato.”

“Tuttavia, è improbabile che un programma neoliberista di privatizzazione su larga scala, tagli alla salute e la libertà di licenziare piaccia alla maggior parte dei lavoratori. Questo è il motivo per cui il programma di “riforma”, inizialmente ampiamente pubblicizzato dalla candidata dell’opposizione Sviatlana Tsikhanouskaya e dai suoi sostenitori, è stato in seguito sostanzialmente nascosto. Ma era troppo tardi”[8]

Ciò che è ovvio per gli ucraini che seguono da vicino gli eventi nel paese vicino, indipendentemente dall’esito delle proteste, è che la Bielorussia non sarà la stessa di prima dell’agosto 2020. Se Lukashenko rimane al potere, la sua posizione sarà più debole e dovrà fare concessioni significative ai partner commerciali esteri. Qualsiasi cambiamento di potere in Bielorussia può comportare il rischio di un lungo periodo di instabilità, la chiusura di grandi imprese e conflitti civili, poiché l’opposizione liberale non può fare affidamento sul sostegno delle masse o dimostrare la sua legittimità.

Hanno ucciso “Volk”

Volk, combattente della DKO (Unità dei volontari comunisti)

di Alexander Ivanov

«Apprezzo molto la nostra amicizia, la nostra lotta e quanto sei forte nello spirito, non ti arrendi nonostante ciò che sta accadendo. È difficile e ti rispetto davvero per questo. E, soprattutto, credo in te, abbiamo da davanti a noi tante battaglie di classe.
Ma se cadi in battaglia: rispetto e memoria eterna. Il tuo coraggio e la tua testardaggine, la tua fiducia e dignità rimarranno per secoli. Il dolore in me sarà irreparabile.»

Dalla corrispondenza personale

Io e Anton Korovin ci siamo conosciuti ai tempi dell’università. Siamo entrati nel movimento comunista quasi nello stesso momento, siamo diventati marxisti insieme e per tutti questi anni siamo stati amici. E rimarremo amici, questo tipo di persone non muoiono – diventano eroi, stanno nei ranghi di coloro che hanno vissuto e combattuto per un mondo migliore e hanno raggiunto l’immortalità. Come può morire un amico e un compagno con il quale sei andato a scuola e hai autopubblicato il “Manifesto del Partito Comunista”? Alla dolorosa domanda “Chi te lo fa fare di rimanere nella guerra?”, Per molti anni ha sempre risposto con un sorriso: “Se non io, allora chi?”

Sognava di laurearsi per insegnare storia. Il suo sogno ha persino iniziato a diventare realtà quando è entrato all’università di Lugansk. Era molto preoccupato perché non riusciva a decidere l’argomento per la tesi di laurea. È stato sfortunato a causa di Minsk – il capitalismo ha infranto i suoi desideri e lo ha mandato a lavorare duramente per 12 ore in un magazzino. Non aveva più tempo…

Abbiamo sempre litigato molto. Sulla guerra, sulla pace, sulla vita, sul comunismo. Avremmo potuto discutere di qualsiasi argomento giorno o notte. Nel bel mezzo della notte, avremmo bevuto il caffè e fatto una passeggiata, solo per rimanere svegli. Ma non era solo un compagno forte nei dibattiti. Ha sostenuto la sua famiglia e ha lavorato duramente. Aiutava sempre gli altri e non poteva tollerare l’ingiustizia. Ci sono pochissime persone del genere.

Nel primo decennio di questo secolo abbiamo avuto un piccolo gruppo comunista. Abbiamo pubblicato testi, organizzato seminari e cercato sostenitori sui social network. Ma alla fine del 2014 tutto è diventato molto più serio, ed è andato a difendere la ribellione nel Donbass come parte dell’Unità dei volontari comunisti (DKO).

Vale la pena soffermarsi sul motivo per cui il comunista Anton si era unito alla Prizrak [la Brigata “Fantasma”]. La guerra civile in Ucraina era appena cominciata. Le manifestazioni di Euromaidan si erano trasformate in un golpe e in un massacro sanguinoso nel centro di Kiev. Il paese stava crollando e a maggio i nazisti avevano bruciato vivi i nostri compagni nella Casa dei sindacati di Odessa. Quel mondo già fragile si stava letteralmente sgretolando sotto i nostri occhi. In estate, i battaglioni punitivi ucraini e le forze armate ucraine avevano assediato e bombardato Lugansk e Donetsk, che non avevano accettato il colpo di stato fascista. Una vera guerriglia è scoppiata alla periferia delle regioni. Venne formata una milizia e i volontari iniziarono ad andare a Donbass in massa.

Le milizie crebbero rapidamente, ma erano tutte molto diverse fra loro. In estate si formò la Brigata Fantasma, che non combatteva per un potere astratto a Lugansk. I “Fantasmi” andarono a Lysychansk dove fecero le loro prime battaglie, respingendo l’avanzata dei nemici delle Repubbliche [popolari di Lugansk e Donetsk]. Il comandante era Alexej Mozgovoj. I comunisti prestarono immediatamente attenzione a lui e alla sua brigata. Alexej Borisovich si distinse radicalmente dalla folla. Le sue idee erano chiare:

Per prima cosa, organizzare un Consiglio dei comandanti era una necessità tattica. Era necessario il Consiglio dei comandanti: l’anarchia e la confusione sul fronte non potevano portare a nulla di buono, e l’esercito ucraino aveva già affrontato unità ribelli e aveva acquisito esperienza, si stava preparando per una nuova offensiva contro le repubbliche.

Secondo, una cosa vicina ai nostri cuori: la guerra contro la guerra. Il Donbass si era ribellato contro il colpo di stato a Kiev, ma invece dell’indipendenza aveva ottenuto delle granate. I capitalisti hanno scatenato la guerra per i propri interessi. I poveri non hanno bisogno di combattere l’un l’altro, ma rivolgono le loro baionette contro coloro che hanno scatenato il massacro.

Mozgovoj era sincero e si unirono consapevolmente alla sua brigata per combattere. Non per l’adrenalina, non per i trofei e non per sfuggire dai problemi o da una vita noiosa. Si unirono a lui per combattere contro la guerra, per la pace.

Quando Anton mi parlò dei suoi piani nell’autunno del 2014, non potevo credere che il mio compagno intelligente e responsabile, che già portava molto sulle sue spalle, sarebbe andato a combattere. È stata una decisione molto importante. Non ha mai gettato parole al vento, faceva sempre quello che diceva. L’unica cosa che non mi ha sorpreso è stata la sua scelta della Brigata “Fantasma”.

Poi c’è stata Kommisarovka, Debaltsevo. Kirovsk, posti di blocco e trincee infinite in prima linea. Passavano settimane senza ricevere suoi messaggi, e quindi leggere una risposta nel cuore della notte: “Come ti chiamano al fronte?” “Volk” [lupo], quello era il suo nome di battaglia. Odiava la guerra e cercava di parlarne il meno possibile. Potevamo discutere all’infinito degli ufficiali dell’esercito e di come l’accordo di Minsk-2 ha legato le loro mani e prolungato la guerra. Queste scelte politiche non fecero altro che schiacciare coloro che difendevano l’indipendenza del Donbass nella morsa dei litigi imperialisti.

La guerra non aveva cambiato molto Anton. Solo i suoi occhi tradivano la sua esperienza di combattente; questi risaltavano sul suo giovane viso. È sempre rimasto un comunista, fortemente interessato a ciò che stava accadendo nel nostro paese e nel mondo. Nelle sue rare e brevi visite a Mosca, ha cercato di partecipare il più possibile a tutti gli eventi e gli incontri. Ha partecipato alle manifestazioni e alle lezioni all’Università dei lavoratori. Durante la sua ultima visita a Mosca, ha partecipato con noi a un’azione contro il blocco di Cuba. Ha vissuto. Ha amato.


Anton è partito per il Donbass come volontario. Si è anche offerto per andare al fronte, faceva parte del gruppo degli specialisti sabotatori e ricognitori. Respingendo un attacco al villaggio di Berezovskoje, vicino alla città di Kirovsk, Anton è morto sotto il fuoco dell’artiglieria. È successo la mattina del 18 febbraio 2020. Non aveva paura della morte, ma voleva vivere. Senza paura – così lo definivano i suoi commilitoni.

Dormi bene, caro compagno. La lotta continua, la vittoria sarà nostra!

Tradotto da Red Star Over Donbass
Fonte originale Prometej

L’eroe sovietico Aleksej Botjan ci ha lasciati

Oggi, a 103 anni, ci ha lasciati Aleksej Botjan, agente del KGB e ricognitore sovietico divenuto famoso per le diverse imprese rischiose ed eroiche portate a termine durante la seconda guerra mondiale. Nel 1941 combatte in prima linea nella battaglia di Mosca, venne poi impiegato in pericolosissime azioni di guerriglia nelle retrovie del nemico, organizzando i combattenti antifascisti in diversi paesi occupati dalle truppe della Germania nazista. Nella sola Ucraina occidentale, nel 1943, fece saltare in aria 80 ufficiali nazisti piazzando una bomba dentro un edificio dell’amministrazione del Reich. Nel 1945 nella Polonia occupata riuscì ad organizzare diversi gruppi partigiani per coordinare delle operazioni contro gli invasori. Terminò la guerra in Cecoslovacchia, sempre operando nelle retrovie nemiche, e vi rimase negli anni successivi compiendo azioni di spionaggio celando la propria identità. Queste sono alcune delle informazioni che Aleksej ha potuto rivelare, tutto il suo lavoro nel dopoguerra rimane coperto da segreto militare. Una intera vita vissuta al servizio della patria dei lavoratori, per la speranza nella costruzione di una società più giusta. Onore a te Aleksej.

Aleksej Botjan, agente del KGB ed eroe sovietico

L’Unione Sovietica è la vera vincitrice della Seconda guerra mondiale

Il 6 giugno 1944 cominciava lo sbarco in Normandia principalmente da parte delle truppe di Stati Uniti, Regno Unito e Canada. Nell’immaginario collettivo questo evento segna il tracollo della Germania nazista.
Osservando questo grafico è possibile comprendere come la realtà fosse assai diversa, gran parte della macchina bellica nazista era già stata profondamente fiaccata negli anni precedenti dalla difesa eroica dei comunisti sul Fronte orientale. Come si può notare, infatti, la maggior parte dei soldati della Wehrmacht, a milioni, cadde sotto i colpi sovietici.

Numero dei morti militari durante la seconda guerra mondiale

Sondaggio: il 70% dei russi è con Stalin

Un nuovo sondaggio del Levada Center rileva che il 70% della popolazione russa considera positivo il ruolo di Stalin nella storia del paese, si tratta di un record assoluto. Solo il 19% percento considera il suo un ruolo negativo, mentre l’11% non sa rispondere. Secondo il sociologo Leonid Bryzov “Stalin è visto come un campione degli oppressi”, e aggiunge “La figura di Stalin comincia a essere percepita come un simbolo di giustizia e un’alternativa all’attuale governo, che viene valutato come ingiusto, crudele e non attento alle persone”.

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Referendum sulla conservazione dell’URSS (1991)

17 marzo 1991, pochi sanno che negli ultimi mesi di vita dell’URSS i cittadini sovietici parteciparono in massa a un referendum esprimendo la propria volontà di scongiurare la dissoluzione dell’Unione Sovietica. La vittoria del “Sì” fu schiacciante, al 77,85%. Un evento storico largamente ignorato in occidente e che smonta gran parte della narrazione dei nostri media su quel periodo, i quali cercano invece di ritrarre un popolo che si sarebbe ribellato all'”oppressione comunista”.

Quello che fa certamente riflettere è che, nonostante ogni tentativo delle politiche di Gorbachev di snaturare l’economia sovietica, promuovendo una transizione al capitalismo e spingendo il paese a ripudiare il proprio passato e le proprie conquiste, la popolazione in massa si mise a difesa di quel colossale progetto che fu l’Unione Sovietica.

Ignorando i risultati del referendum, nel dicembre dello stesso anno, Gorbachev si dimise da presidente dell’Unione Sovietica e conferì tutti i poteri al presidente della Russia, Boris Eltsin, il quale portò a compimento la sua missione e quella della cricca anticomunista che aveva scalato il partito: ammainare la bandiera sovietica dal Cremlino.

Vi riproponiamo questa interessante infografica di Rianovosti del 2011 che abbiamo tradotto e rielaborato, e alla quale abbiamo apportato anche delle correzioni ai dati delle votazioni.

Cosa farebbe Machiavelli?

COMPAGNO MACHIAVELLI E L’ODIO DI CLASSE
L’immaginario comune di oggi sbaglia su Machiavelli – era un santo patrono della lotta di classe.

Articolo di Chris Maisano su Jacobin USA tradotto da Voxkomm https://www.jacobinmag.com/2013/06/what-would-machiavelli-do

Tengo un ritratto di Machiavelli sulla mia scrivania a lavoro – una scelta di interior design che, ho imparato, sconcerta alcuni dei miei colleghi. Recentemente un pomeriggio, ho ricevuto un e-mail da uno di loro con il titolo “Who Wants to Serve a Billionaire?” (chi vuole fare da servo a un miliardario?) Il messaggio conteneva un link a un articolo del Guardian sul crescente gruppo di multimiliardari internazionali, i loro cosiddetti “superyacht”, e i disperati britannici ed est europei che gli fanno da servi come mestiere.

Il rapporto è un documento indelebile del nostro tempo, è una testimonianza delle fortune rapidamente divergenti dell’1% e del resto di noi in tutto il mondo. “Queste sono persone abituate a ottenere ciò che vogliono”, ci ricorda il giornalista, “e, come datori di lavoro, tendono ad essere estremamente esigenti”. Continue reading

Aleksej Markov: una guerra fatta di occasioni mancate

I poeti e bardi Andrej Sciroglazov e Galina Sciapkina hanno incontrato e conversato con il comandante del battaglione della Milizia popolare della LNR Alexei Markov.

Articolo apparso su Literaturnaia Gazeta http://www.lgz.ru/article/-4-6676-30-01-2019/voyna-upushchennykh-vozmozhnostey/ Traduzione a cura del Comitato Ucraina Antifascista di Bologna https://www.facebook.com/ucraina.antifascista.bo/ con il supporto di Riccardo Sotgia Alena Afanasyeva

Con il comandante della leggendaria «Prizrak» – [fantasma, NdT], (prima comandata da Mozgovoi) ci siamo conosciuti più di due anni fa, quando per la prima volta siamo capitati in Donbass. Partecipammo ad un festival e ci invitarono a parlare a Kirovsk, a ridosso del fronte. Ricordo come in sala si ascoltasse con attenzione, solo di tanto in tanto si sentiva un sussurro – i nostri ragazzi traducevano per i volontari stranieri le canzoni e i discorsi.

Dopo il concerto ci furono dei piccoli incontri, ci siamo trovati al tavolo accanto ad un interlocutore molto intelligente, che si presentò come Aleksei. Venimmo a sapere che si trattava di un siberiano, programmatore, un civile a tutti gli effetti (anche se l’istituto aveva un dipartimento militare). Si trovava in Donbass “chiamato dal cuore”, come molti altri volontari “fantasma”. Al momento di congedarci da lui, quasi per caso si è scoperto che avevamo parlato con il comandante di battaglione Markov… Continue reading