Chi insulta i gilet gialli insulta anche mio padre

Édouard Louis è uno dei più brillanti giovani romanzieri francesi, enfatizza il suo lavoro sulle umiliazioni quotidiane e la brutalità della vita nella Francia rurale. Critico del governo di Emmanuel Macron, è stato un fervente sostenitore delle proteste dei “gilet jaunes” o “gilet gialli” che hanno attraversato il paese nelle ultime settimane, scatenate da una serie di tensioni sull’aumento del prezzo del carburante. In particolare, lo scrittore ha combattuto i tentativi dei media di etichettare i manifestanti come “idioti di campagna” o stupidi oppositori del progresso. In questo testo, originariamente pubblicato su Les Inrockuptibles, Louis proclama che “coloro che insultano i gilet jaunes stanno insultando persone come mio padre“.


È da qualche giorno ormai che cerco di scrivere un testo su e per i gilet jaunes, ma non ci riesco. Qualcosa nell’estrema violenza e nel disprezzo di classe che sta martellando questo movimento mi lascia paralizzato. Perché in un certo senso sento di essere personalmente preso di mira.

È difficile per me descrivere lo shock che ho provato quando ho visto le prime immagini dei gilet jaunes. Nelle foto che accompagnano gli articoli ho visto corpi che quasi mai compaiono nello spazio pubblico e mediatico – corpi sofferenti devastati dal lavoro, dalla fatica, dalla fame, dall’umiliazione permanente di chi è dominato dal dominante, dall’esclusione sociale e geografica. Ho visto corpi stanchi e mani stanche, schiene rotte e volti esausti.

Il motivo per cui ero così sopraffatto era, ovviamente, il mio disgusto per la violenza del mondo sociale e per la disuguaglianza. Ma anche, e forse soprattutto, perché i corpi che ho visto nelle foto assomigliavano a quelli di mio padre, di mio fratello, delle mie zie… Sembravano i corpi della mia famiglia, gli abitanti del villaggio dove vivevo da bambino, di queste persone la cui salute è devastata dalla povertà e dalla miseria. Di quelle persone che – giustamente – hanno ripetuto giorno dopo giorno, giorno dopo giorno, per tutta la mia infanzia: “Non contiamo per niente, nessuno parla di noi”. Da qui il motivo per cui mi sono sentito personalmente preso di mira dal disprezzo e dalla violenza della borghesia, che si è immediatamente abbattuta su questo movimento. Per me, per come sono fatto io, chi insultava un gilet jaune insultava mio padre.

Fin dall’inizio di questo movimento abbiamo visto “esperti” e “politici” nei media sminuire, condannare e deridere i gilet jaune e la rivolta che essi incarnano. Ho visto le parole “barbari”, “idioti”, “ignoranti”, “irresponsabili” diffuse sui social network. I media hanno parlato del “grugnito” dei gilet jaune: per loro, le classi popolari non si ribellano, bensì grugniscono come animali da fattoria. Ho sentito parlare della “violenza di questo movimento” quando una macchina è stata incendiata o un finestrino è stato distrutto o una statua è stata danneggiata.

Un esempio comune, questo, della percezione differenziale della violenza: gran parte del mondo politico-mediatico voleva farci credere che la violenza non sono le migliaia di vite distrutte e ridotte in miseria dalla politica, ma alcune auto bruciate. Non si deve davvero mai aver vissuto la povertà, se si pensa che i graffiti su un monumento storico è peggio dell’impossibilità di potersi prendere cura di se stessi, di vivere, di nutrire se stessi o la propria famiglia.

I gilet jaune parlano di fame, di precarietà, di vita e di morte. Rispondono i “politici” e parte dei giornalisti: “i simboli della nostra Repubblica sono stati offuscati”. Ma di cosa parlano queste persone? Come osano? Di che pianeta sono? I media parlano anche di razzismo e omofobia tra i gilet jaune. Chi stanno prendendo in giro? Non voglio parlare dei miei libri, qui. Ma è interessante notare che ogni volta che ho pubblicato un romanzo sono stato accusato di stigmatizzare la Francia povera e rurale proprio perché ho menzionato l’omofobia e il razzismo che esisteva nel villaggio dove vivevo da bambino. Giornalisti che non avevano mai fatto nulla per le classi popolari si sono infuriati, e improvvisamente si sono messi a fare i difensori di queste stesse classi.

Per i dominanti, le classi popolari sono la perfetta rappresentazione di quello che Pierre Bourdieu definisce un oggetto di classe; un oggetto che può essere manipolato dal discorso, un giorno rappresentato come il sale della terra – i veri poveri – e il giorno dopo come razzisti e omofobi. In entrambi i casi, l’intenzione di fondo è la stessa: impedire che il discorso delle classi popolari, su se stesse, venga mai alla luce. Peccato se tocca contraddirsi da un giorno all’altro, basta che vengano zittiti.

Naturalmente, ci sono stati commenti e atti omofobici e razzisti tra i gilet jaunes. Ma da quando questi media e “politici” sono così preoccupati per il razzismo e l’omofobia? Che cosa hanno fatto per combattere il razzismo? Hanno usato il loro potere per parlare di Adama Traoré (un nero ventiquattrenne morto in custodia della polizia) e del comitato per Adama? Per parlare della violenza della polizia che ogni giorno in Francia colpisce neri e arabi? E non sono stati loro a dare a Frigide Barjot (attivista anti-LGBT) e a innumerevoli sacerdoti una piattaforma nel momento stesso del “mariage pour tous” (la campagna per l’uguaglianza dei diritti al matrimonio fra persone dello stesso sesso) e, così facendo, hanno permesso e normalizzato l’omofobia in TV?

Quando le classi dirigenti e alcuni media parlano di omofobia e razzismo nel movimento dei gilet jaunes, non parlano di omofobia e razzismo. Dicono: “Povera gente, zittitevi!”. In ogni caso, il movimento dei gilet jaunes è ancora un lavoro in corso, e il suo linguaggio non è ancora fissato: se esiste omofobia o razzismo tra i gilet jaunes, la nostra responsabilità è quella di trasformare questo linguaggio.

Ci sono diversi modi per dire “sto soffrendo”. E un movimento sociale è proprio il momento in cui si apre la possibilità che la sofferenza non dica più “sto soffrendo a causa dell’immigrazione e del mio vicino che riceve assistenza sociale”, ma dica invece “sto soffrendo a causa di chi governa. Sto soffrendo a causa del sistema di classe, a causa di Emmanuel Macron e Édouard Philippe (primo ministro)”. Il movimento sociale è un momento in cui il linguaggio è sovvertito, un momento in cui le vecchie parole d’ordine possono essere destabilizzate. Questo è ciò che sta accadendo oggi. Infatti, negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una riformulazione del vocabolario dei gilet jaunes. All’inizio, abbiamo sentito parlare solo di benzina e talvolta spiacevoli riferimenti a “beneficiari di assistenza”. Ora sentiamo parole come disuguaglianza, aumento dei salari, ingiustizia.

Questo movimento deve continuare, perché incarna qualcosa di giusto, urgente e profondamente radicale, perché volti e voci che di solito si riducono all’invisibilità sono finalmente visibili e udibili. La lotta non sarà facile: come si vede, i gilet jaune rappresentano una sorta di test Rorschach per gran parte della borghesia. I gilet jaunes li costringono ad esprimere il loro disprezzo di classe e la violenza che di solito esprimono solo in modo indiretto. Cioè, lo stesso disprezzo che ha distrutto tante vite intorno a me, e che continua a farlo, e sempre di più; questo disprezzo che mi riduce al silenzio e mi paralizza, fino al punto che non riesco a scrivere il testo che volevo, per esprimere ciò che volevo esprimere.

Ma dobbiamo vincere. Perché siamo in molti a dirci che non possiamo tollerare un’altra sconfitta per la sinistra, perchè sarebbe anche una sconfitta per chi soffre.

Articolo orginale:
https://www.lesinrocks.com/2018/12/04/actualite/edouard-louis-chaque-personne-qui-insultait-un-gilet-jaune-insultait-mon-pere-111149208/

Versione in inglese:
https://jacobinmag.com/2018/12/france-yellow-vests-gilets-jaunes-austerity-macron

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